Cinque nomi di studenti ed ex studenti compaiono accanto a un messaggio che evoca la violenza sessuale. Il caso scuote uno degli istituti storici della Capitale. Dopo i precedenti registrati in altri licei romani, torna l’allarme sul rispetto delle persone, sull’intimidazione e sulla cultura della violenza tra i giovani.
ROMA, 25 ottobre 2026 – Una scritta inquietante, cinque nomi e una svastica. È quanto comparso nei bagni della succursale del liceo scientifico Augusto Righi di Roma, nella sede di via Boncompagni.
Un episodio che ha provocato indignazione tra gli studenti e riacceso il dibattito su un fenomeno già emerso in altri istituti della Capitale: la comparsa di elenchi accompagnati da riferimenti espliciti alla violenza sessuale.
La vicenda, resa pubblica il 25 ottobre, sarebbe stata scoperta nei giorni precedenti, durante un’iniziativa organizzata nell’istituto.
A denunciarla sono stati gli studenti della lista Delta e del collettivo Ludus, che hanno condannato pubblicamente l’accaduto.
La scritta è stata cancellata, ma l’episodio ha lasciato interrogativi profondi sul clima educativo e sulle forme di intimidazione che possono manifestarsi anche all’interno di una comunità scolastica.
Il dirigente dell’istituto, Giovanni Cogliandro, ha espresso una ferma condanna.
Cinque nomi trasformati in bersagli
Secondo le informazioni diffuse, l’elenco comparso nei bagni riportava i nomi di cinque persone che frequentano o hanno frequentato il liceo.
Alcune di loro risultano coinvolte, o lo sono state in passato, nelle attività di rappresentanza studentesca.
La notizia presenta un elemento che merita particolare attenzione: non si tratta di una generica frase offensiva, ma di un messaggio che individua persone riconoscibili all’interno di una comunità.
Un gesto che può assumere un significato intimidatorio e provocare disagio, paura e umiliazione in chi viene direttamente preso di mira.
Le ricostruzioni pubblicate non sono del tutto uniformi sulla data esatta della comparsa della scritta. Alcune indicano il 16 ottobre, mentre altre riferiscono che l’elenco è stato scoperto il 19 ottobre.
Non vi sono invece dubbi sulla denuncia pubblica dell’episodio, avvenuta il 25 ottobre, e sulla ferma condanna espressa dagli studenti.
Accanto alla cosiddetta lista è stata trovata anche una svastica, realizzata, secondo le testimonianze raccolte, con lo stesso pennarello e sovrapposta a una precedente scritta di solidarietà al popolo palestinese.
Non è stato accertato pubblicamente chi abbia realizzato i simboli e le frasi, né se dietro i diversi elementi vi sia una motivazione comune.
La reazione degli studenti: una condanna netta
La vicenda è stata denunciata dalla lista studentesca Delta, che ha preso immediatamente le distanze dal contenuto delle scritte.
Gli studenti hanno sottolineato l’inaccettabilità di episodi che evocano violenza sessuale e prendono di mira membri della comunità scolastica.
Anche il collettivo Ludus è intervenuto, esprimendo indignazione per l’accaduto e richiamando l’attenzione sulla necessità di contrastare atteggiamenti che normalizzano intimidazione e sopraffazione.
Il messaggio degli studenti è chiaro: cancellare una scritta non basta se non si affrontano le idee e i comportamenti che possono averla generata.
La questione, dunque, non riguarda soltanto l’individuazione di chi abbia materialmente utilizzato il pennarello.
Riguarda anche il modo in cui i ragazzi si relazionano tra loro, il rispetto delle differenze, la gestione dei conflitti e la responsabilità delle parole.
Gli studenti hanno inoltre rilanciato la richiesta di rafforzare i percorsi educativi dedicati alle relazioni, al consenso e al rispetto reciproco.
La posizione del dirigente scolastico
Sulla vicenda è intervenuto anche Giovanni Cogliandro, dirigente del liceo Augusto Righi.
Il preside ha espresso sconcerto di fronte alla comparsa di messaggi che richiamano una forma di violenza particolarmente grave.
Le sue parole pongono al centro il lavoro educativo che le scuole svolgono quotidianamente.
Nonostante le attività di sensibilizzazione e i percorsi realizzati negli istituti, episodi di questo genere continuano infatti a manifestarsi.
La scuola è chiamata a essere un luogo nel quale ragazze e ragazzi possano costruire la propria identità, confrontare idee differenti e sviluppare una coscienza civile.
Quando una persona viene pubblicamente indicata come possibile bersaglio di violenza, questo principio viene profondamente compromesso.
Per questo la risposta non può limitarsi a una condanna formale.
Occorre comprendere come prevenire situazioni analoghe, come sostenere le persone coinvolte e come responsabilizzare l’intera comunità scolastica.
Non è il primo episodio: i precedenti nella Capitale
Il caso del Righi non arriva isolato.
Nel novembre 2025, un episodio analogo aveva interessato il liceo classico Giulio Cesare, sempre a Roma.
In quell’occasione erano comparsi nei bagni nomi di studenti accompagnati da riferimenti alla violenza sessuale.
La vicenda aveva suscitato forte indignazione e provocato proteste, interventi pubblici e accertamenti.
Segnalazioni di natura simile erano poi emerse anche in altri istituti romani, tra cui il Carducci e l’Anco Marzio di Ostia, con modalità e contenuti differenti.
Questa successione di casi ha portato le associazioni studentesche a chiedere maggiore attenzione al linguaggio violento e alle condotte intimidatorie.
Non è possibile stabilire, sulla base dei soli episodi raccontati dalle cronache, quanto il fenomeno sia effettivamente diffuso su scala nazionale.
La ripetizione di fatti simili nella stessa città rappresenta però un segnale che merita approfondimento.
Le scuole non possono essere lasciate sole nell’affrontare questioni che coinvolgono anche famiglie, istituzioni, cultura digitale e modelli relazionali.
La violenza comincia anche dalle parole
Uno degli aspetti più delicati riguarda il significato attribuito a comportamenti che, superficialmente, potrebbero essere liquidati come provocazioni.
Scrivere il nome di una persona accanto a un riferimento alla violenza sessuale non equivale a una normale espressione di dissenso o a uno scherzo innocuo.
Significa utilizzare l’idea della violenza per colpire simbolicamente qualcuno.
Non è necessario che a una scritta segua un’aggressione fisica perché questa possa produrre conseguenze sul piano psicologico e relazionale.
La persona coinvolta può sentirsi esposta, osservata, giudicata o intimidita.
Quando poi il messaggio viene diffuso sui social, l’effetto può amplificarsi ulteriormente, raggiungendo un pubblico molto più vasto rispetto a quello presente nell’istituto.
È anche per questo che la comunicazione giornalistica deve adottare particolare prudenza.
Nel raccontare vicende simili, pubblicare i nomi delle persone prese di mira o riprodurre integralmente gli elenchi può aggravare l’esposizione delle vittime.
Il diritto di cronaca deve essere esercitato salvaguardando la dignità e la riservatezza dei soggetti coinvolti, soprattutto quando si tratta di giovani.
Educazione al rispetto: il ruolo di scuola e famiglie
L’episodio offre l’occasione per affrontare una questione più ampia: come costruire relazioni fondate sul rispetto in una società nella quale il linguaggio aggressivo trova spesso spazio nei contesti digitali e quotidiani?
Non esiste una risposta semplice.
L’educazione al rispetto richiede un lavoro continuativo e non può essere affidata esclusivamente a interventi occasionali successivi a un fatto grave.
Occorrono strumenti per riconoscere le intimidazioni, comprendere il significato del consenso e imparare a gestire i conflitti senza ricorrere alla minaccia o all’umiliazione.
Le famiglie hanno un ruolo essenziale, così come i docenti e le istituzioni scolastiche.
È altrettanto importante ascoltare direttamente gli studenti, coinvolgendoli nella costruzione di ambienti nei quali sia possibile esprimersi senza il timore di essere presi di mira.
Nel caso del Righi, proprio gli studenti hanno assunto una posizione pubblica di condanna.
Un elemento che merita di essere evidenziato: il comportamento di chi ha realizzato le scritte non può essere attribuito indistintamente a un’intera generazione o a tutta la comunità scolastica.
Una responsabilità collettiva, senza processi sommari
Al momento della pubblicazione delle notizie, non risultano accertate pubblicamente le identità degli autori delle scritte.
Uno dei genitori coinvolti nella comunità scolastica avrebbe riferito della possibilità che venga presentata una denuncia.
Sarà eventualmente compito delle autorità competenti valutare i fatti e gli eventuali profili di responsabilità.
La necessità di chiarire l’accaduto non deve però trasformarsi in una ricerca indiscriminata di colpevoli.
Accertare chi abbia scritto quei messaggi è importante, ma altrettanto importante è evitare accuse infondate, esposizioni pubbliche arbitrarie o ulteriori forme di aggressività.
Il rispetto delle persone passa anche attraverso la tutela delle garanzie individuali.
La lezione che arriva dal Righi
Il liceo Augusto Righi è un’istituzione scolastica storica della Capitale, frequentata da generazioni di giovani.
Quanto accaduto non deve diventare un’etichetta negativa attribuita all’intero istituto.
Può invece rappresentare un’occasione per rafforzare la consapevolezza collettiva.
Le scuole sono luoghi nei quali si apprendono matematica, storia, letteratura e scienze, ma anche spazi fondamentali di formazione civica.
La capacità di rispettare un compagno, riconoscerne la dignità e accettarne le opinioni costituisce una parte essenziale di questo percorso.
La comparsa di una lista che evoca la violenza sessuale e di un simbolo nazista non può essere ignorata né banalizzata.
È un fatto che richiede responsabilità, equilibrio e attenzione.
Il gesto è stato condannato con forza dagli stessi studenti, che hanno dimostrato di voler difendere il valore della propria comunità scolastica.
Ed è proprio da questa reazione che può partire una risposta concreta: trasformare l’indignazione in una riflessione capace di prevenire nuovi episodi.
Perché una scuola deve essere un luogo nel quale nessuno abbia paura di trovare il proprio nome scritto su un muro come bersaglio di violenza.
