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24 Ott 2026, Sab

DIRITTO E SOCIETÀ: UN BINOMIO INSCINDIBILE. LA GRANDE SFIDA DELLA PACE GLOBALE

Un autorevole intervento inaugura il canale Diritto e Società

Di Gustavo Cioppa – pubblicato alle ore 15:47 del 22 ottobre 2026

DIRITTO E SOCIETÀ: UN BINOMIO INSCINDIBILE. LA GRANDE SFIDA DELLA PACE GLOBALE

Il titolo della nuova rubrica di WikiMilano merita una riflessione sul significato profondo del rapporto tra questi due termini. Un rapporto che può offrire una chiave per affrontare il problema più grave di tutti i tempi: la guerra tra Stati.

Il diritto viene solitamente definito come l’insieme delle norme giuridiche che regolano la convivenza sociale in un determinato ordinamento. È una definizione corretta, ma a mio avviso non pienamente soddisfacente. Mostra i due termini – diritto e società – come contrapposti, come se l’uno fosse lo strumento che regola l’altra. In realtà i due termini sono intimamente connessi. Il diritto non nasce dallo Stato: è presente fin dall’origine di ogni comunità umana.

Con grande efficacia i Romani esprimevano questo concetto con il brocardo “Ubi societas, ibi ius”: là dove c’è una società, lì c’è diritto. Ogni società, per il solo fatto di esistere, produce necessariamente regole di comportamento per rendere possibile la convivenza. Nelle comunità più semplici tali regole sono prodotte dagli usi e dalle consuetudini, che i soggetti più autorevoli della comunità fanno rispettare. Negli ordinamenti moderni, le norme giuridiche sono create dallo Stato, che detiene il monopolio della forza per farle rispettare, sia che si tratti di norme civili, create per dirimere i conflitti tra cittadini, sia che si tratti di norme penali, create per sanzionare comportamenti qualificati come reati.

E anche il compito principale dello Stato era stato ben descritto dai giuristi romani: “compositio conflictuum, ne cives ad arma veniant”. Comporre i conflitti affinché i cittadini non ricorrano alle armi.

Una società senza diritto cade nell’arbitrio del più forte, ma un diritto staccato dalla società diventa regola astratta, non sentita propria dalla collettività. La nostra Costituzione ne è l’esempio più alto: non è un semplice manuale di regole per le istituzioni, è una visione del mondo. Il suo obiettivo è edificare una società civile che metta al centro il valore umano, la parità reale dei diritti e il dovere della coesione sociale.

Ebbene, se questo è vero, lo è anche a un livello superiore. A ben vedere, è una comunità anche quella formata da più Stati. E in quanto comunità, anche quella internazionale ha ovviamente elaborato le proprie regole. Il diritto internazionale si è sviluppato proprio così: fondandosi su regole consuetudinarie e su trattati tra Stati.

Qui però emerge la grande frattura. A differenza di quanto avviene all’interno di ogni singolo Stato, nel consesso internazionale non esiste attualmente un organismo sovranazionale capace di far rispettare queste regole.

Si sono fatti tentativi storici in questa direzione, da ultimo l’ONU. Ma questi tentativi sono sostanzialmente falliti proprio perché gli Stati non hanno mai voluto dotare tale organismo di una forza autonoma per far rispettare le sue deliberazioni. A ciò si aggiunge il diritto di veto: finché le cinque potenze permanenti del Consiglio di Sicurezza potranno bloccare ogni decisione che le riguarda, l’organismo resterà impotente proprio nei confronti dei più forti.

La debolezza di organismi come l’ONU era peraltro già stata colta da Georg Jellinek, che nella sua Allgemeine Staatslehre sottolineava come le unioni tra Stati fondate soltanto sull’autolimitazione dei membri, e dunque non assoggettate a un potere coercitivo – per Jellinek, un esercito comune capace di agire al di sopra degli interessi particolari dei singoli Stati – fossero destinate a vita breve. Basti pensare alla Confederazione germanica (un’unione di Stati fondata su un trattato e priva di un potere coercitivo proprio, dunque concettualmente non lontana dall’ONU), sciolta nel 1866 con la guerra tra Austria e Prussia.

È questo il nodo: finché la comunità internazionale produrrà diritto senza dotarsi degli strumenti coercitivi propri di ogni ordinamento – quelli che all’interno di uno Stato garantiscono la compositio conflictuum – la guerra resterà una variabile sempre concreta e aperta.

La via maestra per porre fine alle guerre, dunque, non può essere solamente l’affermazione di principi o la stipula di nuovi trattati. Può essere solo la creazione di un organismo sovranazionale dotato effettivamente della forza di far rispettare le regole deliberate, con i mezzi che gli devono fornire tutte le principali potenze, e capace di decidere a maggioranza qualificata, senza diritto di veto.

È, del resto, la via indicata dai nostri Costituenti. L’art. 11 della Costituzione stabilisce che l’Italia consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie a un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni.

Il principio “Ubi societas, ibi ius” vale anche per la comunità degli Stati: nel diritto internazionale le norme non mancano. Manca la capacità di farle rispettare. Lo aveva compreso Albert Einstein che, nel 1932, scrivendo a Sigmund Freud nel carteggio poi pubblicato con il titolo Perché la guerra?, indicava come unica strada un’autorità sovranazionale con poteri effettivi, alla quale ogni Stato rinunciasse a una parte della propria sovranità. A quasi un secolo di distanza, quell’intuizione resta il compito della comunità internazionale: dare al proprio diritto la forza di impedire che gli uomini – e i popoli – si facciano guerra.

Tratto da WikiMilano