Non chiamatelo soltanto omicidio

Scrivo da donna.
E già questo, in certi giorni, sembra un atto politico.

Scrivo con addosso quella stanchezza che non è solo mia, ma di tutte noi. Una stanchezza antica, ereditaria, che passa dalle madri alle figlie senza bisogno di parole. La impari presto: quando rientri a casa e tieni le chiavi tra le dita come fossero una difesa; quando mandi il messaggio “sono arrivata” anche se nessuno te lo ha chiesto; quando cambi marciapiede perché un passo dietro di te suona troppo vicino; quando sorridi per non provocare, taci per non peggiorare, minimizzi per non sembrare esagerata.

Poi qualcuno, da un palco, con il tono sicuro di chi non ha mai avuto paura di dire no a un uomo, afferma che il femminicidio non esiste. Che è un omicidio come tutti gli altri.

E allora viene da chiedersi: davvero?
Davvero Giulia Cecchettin è stata uccisa “come tutti gli altri”?
Davvero Giulia Tramontano, incinta di sette mesi, era solo una vittima qualunque dentro una statistica qualunque?
Davvero Saman Abbas, ragazza che voleva scegliere la propria vita, il proprio amore, il proprio futuro, è morta per una violenza senza genere, senza cultura del possesso, senza controllo?
Davvero Giordana Di Stefano, uccisa dopo aver denunciato, era solo un caso isolato, una tragedia privata, una pagina di cronaca da chiudere in fretta?

No.
E chi continua a ripetere che “è solo omicidio” non sta difendendo l’uguaglianza. Sta difendendo la cecità.

Perché il femminicidio non dice che una donna morta vale più di un uomo morto. Questa è la scorciatoia comoda di chi non vuole capire. Il femminicidio dice un’altra cosa, molto più scomoda: dice che alcune donne vengono uccise proprio perché donne. Perché hanno lasciato. Perché volevano lasciare. Perché non obbedivano più. Perché avevano detto no. Perché erano diventate libere nel momento esatto in cui qualcuno le pretendeva ancora proprietà privata.

Uno psicologo lo spiegherebbe così: in molti femminicidi non c’è solo l’atto finale della violenza, c’è una storia precedente di controllo. C’è l’isolamento, la gelosia scambiata per amore, il ricatto emotivo, la svalutazione, la minaccia, l’idea malata che l’altra persona non sia davvero una persona, ma un’estensione di sé. Quando quella donna prova a separarsi, l’uomo che la considera “sua” non vive la separazione come un dolore da elaborare, ma come un affronto da punire. Non pensa: “L’ho persa”. Pensa: “Mi ha disobbedito”.

È qui la differenza sottile, ma enorme.
L’omicidio è l’uccisione di una persona.
Il femminicidio è l’uccisione di una donna dentro un sistema di possesso, dominio e punizione.

Non è una parola inventata per dividere. È una parola nata perché, senza quella parola, non vedevamo il disegno. Vedevamo solo puntini sparsi: una ragazza scomparsa, una madre accoltellata, una fidanzata strangolata, una moglie bruciata, una figlia sepolta. Poi abbiamo imparato a unire quei puntini e ci siamo accorte che non erano incidenti separati: erano la stessa storia raccontata con nomi diversi.

Chi dice “anche gli uomini vengono uccisi” dice una cosa vera, ma spesso la usa nel modo più falso possibile. Certo che anche gli uomini vengono uccisi. Certo che ogni vita spezzata è una ferita. Ma gli uomini, di solito, non vengono uccisi perché hanno chiesto il divorzio. Non vengono uccisi perché hanno rifiutato un matrimonio imposto. Non vengono uccisi perché hanno deciso di uscire da una relazione. Non crescono con la paura normale, quotidiana, quasi educata, di ferire l’orgoglio di qualcuno più forte di loro.

Noi sì.

Noi impariamo a leggere il tono di voce.
A capire quando una frase diventa minaccia.
A chiedere scusa anche quando non abbiamo fatto niente.
A non dire “basta” troppo forte.
A non essere troppo libere davanti all’uomo sbagliato.

E quando una donna muore, c’è sempre qualcuno pronto a farle il processo addosso. Perché era uscita? Perché non lo aveva lasciato prima? Perché si fidava? Perché gli aveva risposto? Perché lo aveva provocato? Perché non aveva capito?

La domanda giusta, invece, è una sola: perché lui si è sentito autorizzato?

È questo che dà fastidio della parola femminicidio. Non la parola in sé. La responsabilità che porta con sé. Perché se dici “omicidio”, puoi chiudere tutto nella mano dell’assassino. Se dici “femminicidio”, devi guardare anche il terreno in cui quell’assassino è cresciuto: le battute sulle donne che comandano troppo, l’idea che la gelosia sia romantica, il possesso venduto come passione, il controllo scambiato per protezione, il “sei mia” pronunciato come fosse una promessa e non un allarme.

E allora sì, mette disagio. Deve metterlo.

Deve mettere disagio a chi applaude quando qualcuno nega il femminicidio.
Deve mettere disagio a chi si sente più offeso da una parola che da una donna morta.
Deve mettere disagio a chi parla di parità solo quando serve a togliere protezione a chi è più esposta.
Deve mettere disagio a chi davanti a una strage lenta, ripetuta, domestica, continua a dire: “Non facciamone una questione di genere”.

Ma è una questione di genere.
Non perché lo decidono le femministe.
Non perché lo impone il linguaggio.
Non perché fa comodo alla politica.

È una questione di genere perché lo gridano i corpi delle donne uccise da chi diceva di amarle. Lo gridano le denunce ignorate, le minacce sottovalutate, le madri che crescono nipoti al posto delle figlie, i padri che imparano a parlare in pubblico solo dopo aver perso la cosa più preziosa che avevano.

Una donna uccisa dal partner o dall’ex non muore solo nel giorno in cui viene ammazzata. Spesso comincia a sparire molto prima. Sparisce quando smette di vedere le amiche perché “a lui dà fastidio”. Sparisce quando cancella un vestito perché “è troppo”. Sparisce quando abbassa la voce, quando rinuncia a un lavoro, quando nasconde il telefono, quando confonde la paura con la prudenza. Il femminicidio è l’ultimo atto. Prima c’è una lunga sottrazione di libertà.

Per questo chiamarlo solo omicidio è poco.
È come guardare una casa crollata e parlare soltanto dei mattoni a terra, senza chiedersi chi ha segato le travi.

Io non voglio una parola speciale perché sono donna. Voglio una parola precisa perché il problema è preciso. Voglio che si dica femminicidio perché quella parola obbliga tutti a guardare dove fa male: dentro le famiglie, dentro le relazioni, dentro l’educazione sentimentale mancata, dentro certi uomini incapaci di accettare che una donna non sia un territorio da occupare.

E se questa parola dà fastidio, forse è perché funziona.

Perché nomina ciò che per troppo tempo è stato sepolto sotto frasi indecenti: “era geloso”, “l’amava troppo”, “ha perso la testa”, “non accettava la fine della relazione”. No. Non ha perso la testa. Ha scelto di toglierle la vita. E spesso lo ha fatto perché non sopportava che quella vita non gli appartenesse più.

Il femminicidio esiste.
Esiste nei messaggi mai più letti.
Nei vestiti lasciati sulla sedia.
Nelle camerette rimaste intatte.
Nei figli che crescono con una fotografia al posto di una madre.
Nei nomi che diventano simboli quando avrebbero dovuto restare semplicemente ragazze, donne, madri, figlie, vive.

E chi dice che è “un omicidio come tutti gli altri” dovrebbe avere il coraggio di guardare negli occhi le famiglie di queste donne e ripeterlo lì, senza palco, senza applausi, senza slogan.

Dovrebbe dirlo davanti a una madre che non può più chiamare sua figlia.
Davanti a una sorella che deve trasformare il dolore in battaglia.
Davanti a un padre che appare forte in televisione e poi torna a casa, dove il silenzio pesa più di qualunque sentenza.

Dovrebbe dirlo lì: “non c’è differenza”.

Forse allora capirebbe che la differenza non sta nel valore della vita perduta. Ogni vita vale tutto.
La differenza sta nel motivo per cui quella vita è stata tolta.

E finché ci saranno donne uccise perché volevano essere libere, la parola femminicidio non solo esisterà: sarà necessaria.

Perché le parole non riportano indietro le morte.
Ma possono salvare le vive.