OnlyFans e il mito dell’autonomia:

Dietro il successo dei creator, la nuova precarietà digitale

Nel dibattito contemporaneo sul lavoro digitale, poche piattaforme hanno catalizzato attenzione, polemiche e fascinazione quanto OnlyFans. Tra storie di guadagni straordinari e narrazioni mediatiche che celebrano una nuova forma di indipendenza economica, il fenomeno sembra incarnare la promessa di una libertà senza precedenti. Ma è davvero così?

A mettere radicalmente in discussione questa lettura è il sociologo e teorico comunitarista Fabrizio Fratus, che nel suo ultimo libro “OnlyFans. La nuova frontiera della prostituzione e della pornografia” propone un’analisi critica del fenomeno, inserendolo nel più ampio contesto del capitalismo contemporaneo e delle sue trasformazioni.

Il racconto mediatico e l’illusione del successo

Negli ultimi anni, giornali e programmi televisivi hanno rilanciato con insistenza storie di donne, insegnanti, impiegate, professioniste, che, grazie a OnlyFans, sono riuscite a guadagnare cifre considerevoli, talvolta abbandonando il proprio lavoro tradizionale.

Secondo Fratus, questa narrazione non è neutrale. Al contrario, rappresenta un dispositivo ideologico ben preciso: “non si limita a raccontare un fenomeno, lo promuove attivamente”. Il messaggio implicito è chiaro: laddove il lavoro tradizionale non garantisce stabilità o dignità economica, il corpo e la propria immagine possono diventare una risorsa monetizzabile.

Una prospettiva che, anziché interrogarsi sulle cause strutturali della precarietà, salari insufficienti, svalutazione di professioni fondamentali, crisi del lavoro stabile, sposta il focus sull’individuo e sulle sue “scelte”, trasformando una necessità in opportunità.

Quando il valore sociale non paga

Il paradosso più evidente, sottolinea Fratus, riguarda il confronto tra professioni socialmente essenziali e attività digitali ad alto rendimento economico. “È una società – osserva – in cui l’insegnamento o la produzione di conoscenza vengono svalutati perché non generano profitto immediato, mentre contenuti legati all’intrattenimento o alla pornografia vengono premiati”.

In questo scenario, il valore del lavoro non è più legato alla sua utilità sociale, ma alla sua capacità di attrarre attenzione e generare profitto. È il trionfo dell’economia dell’attenzione, dove visibilità e monetizzazione coincidono.

Il risultato è una ridefinizione profonda del concetto stesso di lavoro: non più produzione di beni o servizi per la collettività, ma costruzione e vendita di sé stessi come prodotto.

Fabrizio Fratus

Libertà o nuova forma di sfruttamento?

Uno dei nodi più controversi riguarda la dimensione della libertà individuale. Parte del discorso pubblico, anche in ambito femminista, interpreta l’uso del proprio corpo sulle piattaforme digitali come espressione di autonomia e autodeterminazione.

Fratus ribalta questa prospettiva: l’apparente libertà sarebbe in realtà una nuova forma di subordinazione. Il corpo diventa un asset produttivo, sottoposto alle logiche del mercato e alle aspettative del pubblico.

In questo senso, la promessa di emancipazione rischia di trasformarsi in una “re-imprigionamento” all’interno di dinamiche di consumo e mercificazione. Non più imposizione esterna, ma interiorizzazione delle logiche di mercato.

L’imprenditore di sé stesso: mito o trappola?

Il discorso si estende oltre OnlyFans, coinvolgendo l’intero ecosistema dei creator digitali: influencer, streamer, content creator di ogni ambito. Spesso descritti come “imprenditori di sé stessi”, simboli di una nuova economia senza padroni, questi lavoratori rappresentano, secondo Fratus, una delle forme più avanzate di precarietà.

L’assenza di un datore di lavoro tradizionale non coincide con una reale autonomia. Al contrario, il controllo si sposta su altri livelli: algoritmi opachi, piattaforme private, pubblico instabile e talvolta ostile.

Il lavoro non ha più confini temporali. La produzione di contenuti è continua, l’esposizione costante, il rischio reputazionale sempre presente. La cosiddetta “shitstorm” diventa un elemento strutturale, capace di compromettere in poche ore una carriera costruita nel tempo.

La servitù dell’iper-connessione

In questo contesto, emerge una nuova figura di lavoratore: il precario digitale. Non più subordinato a un capo, ma vincolato a una dinamica permanente di auto-sfruttamento. Ogni momento può, e deve, essere produttivo. Ogni contenuto è potenzialmente monetizzabile.

La libertà promessa si traduce in una disponibilità totale, in una dipendenza dall’attenzione altrui e dalle logiche algoritmiche. Il successo è possibile, ma fragile e instabile, accessibile a pochi e spesso temporaneo.

Oltre la narrazione dominante

L’analisi di Fratus si inserisce in un filone critico che invita a guardare oltre le narrazioni seduttive del capitalismo digitale. OnlyFans, in questa lettura, non è un’anomalia, ma un’espressione coerente di un sistema che trasforma ogni aspetto della vita in potenziale merce.

La questione, dunque, non riguarda solo le scelte individuali, ma il modello economico e culturale che le rende necessarie, e le celebra.

In un’epoca in cui il lavoro perde progressivamente stabilità e riconoscimento sociale, il rischio è che la libertà venga ridefinita come capacità di adattarsi a qualsiasi condizione pur di sopravvivere. Anche quando questo significa mettere in vendita sé stessi.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *