L’America abbassa le bandiere per una settimana. Ma dietro la regina del country, morta a 80 anni, resta soprattutto la storia di una donna che trasformò il proprio riscatto in una possibilità anche per gli altri.

Ci sono artisti che appartengono a un genere musicale e altri che, a un certo punto, finiscono per appartenere alla memoria collettiva.
Dolly Parton era una di loro.
È morta a 80 anni, dopo una breve battaglia contro il cancro, lasciando un’America che per salutarla ha scelto un gesto rarissimo per una figura dello spettacolo: il presidente Donald Trump ha disposto le bandiere a mezz’asta per una settimana. L’Empire State Building si è illuminato di rosa, i fiori hanno ricoperto la sua stella sulla Hollywood Walk of Fame e la statua che la ricorda a Sevierville, nel Tennessee.
Ma forse per raccontare davvero Dolly Parton bisogna allontanarsi per un momento dalle luci.
Bisogna tornare a una famiglia poverissima del Tennessee, a una casa affollata di bambini, a undici fratelli e sorelle e a quel cappottino che sua madre aveva cucito mettendo insieme pezzi di stoffa diversi.
Anni dopo sarebbe diventato Coat of Many Colors, una delle sue canzoni più autobiografiche. Da bambina quel cappotto rattoppato poteva sembrare il simbolo della povertà. Per lei era invece qualcosa di prezioso, perché era stato realizzato dalle mani di sua madre.
Forse una parte di Dolly Parton è rimasta sempre lì.
Anche quando sono arrivati Nashville, il successo, oltre cento milioni di dischi venduti, migliaia di canzoni scritte, 11 Grammy, il cinema, la televisione, Dollywood e una fortuna economica costruita con un intuito imprenditoriale tutt’altro che secondario.
Il suo personaggio sembrava suggerire esattamente il contrario della discrezione. Capelli platinati, trucco marcato, abiti tempestati di strass, forme esasperate e una capacità quasi teatrale di trasformare ogni apparizione in spettacolo.
Era la prima a scherzarci sopra.
Aveva costruito quell’immagine consapevolmente e non aveva mai permesso che diventasse una gabbia. Perché dietro quella superficie volutamente eccessiva c’era una cantautrice capace di raccontare sentimenti semplici senza renderli banali, una donna d’affari attentissima al controllo del proprio lavoro e soprattutto una persona che sembrava non avere alcun bisogno di rinnegare le proprie origini per dimostrare di avercela fatta.
È forse questa una delle ragioni per cui Dolly Parton riusciva a essere amata da mondi molto diversi tra loro.
L’America rurale e conservatrice la sentiva profondamente propria. Allo stesso tempo era diventata un’icona per la comunità LGBTQ+, aveva difeso l’inclusione e riusciva a parlare a generazioni e sensibilità lontanissime senza trasformarsi in una bandiera contro qualcuno.
Unire senza rinunciare alla propria identità è probabilmente molto più difficile che dividere.
E Dolly ci riusciva.
Lo faceva innanzitutto attraverso le canzoni.
Nel 1973 arrivò Jolene, una supplica fragile e potentissima rivolta alla donna che potrebbe portarti via l’uomo che ami. Poco dopo scrisse I Will Always Love You, nata non come una tradizionale canzone d’amore, ma come un addio professionale a Porter Wagoner, l’uomo che aveva contribuito a lanciarla.
Quasi vent’anni dopo quella stessa canzone incontrò un’altra delle grandi voci della musica mondiale.
Whitney Houston la incise nel 1992 per The Bodyguard e ciò che era nato dalla penna di una ragazza del Tennessee diventò uno dei brani più riconoscibili della storia del pop.
È uno di quei passaggi che raccontano meglio di molte classifiche la grandezza di un’autrice.
Perché una voce straordinaria può rendere immortale una canzone, ma prima deve esserci qualcuno capace di scrivere parole nelle quali un’altra persona, lontana per storia, stile e generazione, possa riconoscersi.
Whitney Houston fece sua quella canzone senza cancellare Dolly Parton. Al contrario, dimostrò quanto universale fosse ciò che Dolly aveva scritto.
Poi c’era 9 to 5, il cinema con Jane Fonda e Lily Tomlin, il passaggio dal country alla cultura popolare americana. C’era l’imprenditrice capace di trasformare il proprio nome in un marchio senza permettere al marchio di divorare la persona.
E soprattutto c’era quello che accadeva quando le luci si spegnevano.
Nel 1995 Dolly Parton fondò la Imagination Library, inizialmente per i bambini della sua contea natale. L’ispirazione veniva ancora una volta dalla famiglia: suo padre non aveva avuto la possibilità di imparare a leggere e scrivere.
Da quel piccolo progetto, negli anni, sono stati donati centinaia di milioni di libri ai bambini.
È un numero enorme. Ma forse è ancora più importante provare a immaginare cosa rappresenti: milioni di case nelle quali è entrato un libro perché una donna diventata ricchissima non aveva dimenticato cosa significasse nascere con poche possibilità.
È qui che il racconto della superstar cambia prospettiva.
Il successo può diventare la distanza che separa una persona dalle proprie origini. Oppure può diventare lo strumento attraverso il quale quelle origini acquistano un significato nuovo.
Dolly Parton scelse la seconda strada.
Non nascose mai la povertà dell’infanzia. Non la trasformò nemmeno in una retorica del sacrificio. La raccontò, ci scherzò, la mise nelle canzoni e infine utilizzò una parte di ciò che aveva conquistato per offrire ad altri bambini una possibilità che suo padre non aveva avuto.
Forse è per questo che, nelle ore della sua morte, il cordoglio ha oltrepassato il mondo della musica.
Perché non è scomparsa soltanto la regina del country.
È scomparsa una di quelle figure difficili da classificare, capaci di essere popolari senza diventare superficiali, spettacolari senza vergognarsi della fragilità, ricchissime senza dimenticare il punto da cui erano partite.
I capelli erano esagerati. Gli abiti erano esagerati. Gli strass erano esagerati.
Dolly Parton aveva costruito consapevolmente tutto questo.
Ma sotto quella rappresentazione c’era qualcosa che non aveva bisogno di essere ingrandito: il talento di una grande autrice, l’intelligenza di una donna che aveva imparato presto a difendere il proprio lavoro e la generosità di chi aveva compreso che aprire una porta conta ancora di più quando, dopo averla attraversata, si decide di lasciarla aperta per qualcun altro.
Le bandiere americane torneranno presto in cima ai loro pennoni.
Le luci rosa dell’Empire State Building si spegneranno.
Le canzoni, invece, continueranno a essere cantate.
E da qualche parte un bambino aprirà uno dei libri arrivati grazie alla Imagination Library.
Forse è proprio lì, più ancora che negli strass e nei dischi venduti, che Dolly Parton continuerà a esserci.
