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23 Ott 2026, Ven

Data center, l’Italia prepara una corsa da 37 miliardi: la sfida decisiva sarà trasformare gli investimenti in lavoro

Entro il 2036 il settore potrebbe sostenere 26 mila occupati a tempo pieno. Milano resta il principale polo nazionale, mentre Roma e altri territori cercano spazio. Autorizzazioni, disponibilità delle infrastrutture e competenze tecniche determineranno il futuro della nuova industria dei dati.

Non sono semplicemente grandi edifici pieni di computer. I data center costituiscono le infrastrutture sulle quali viaggiano servizi bancari, piattaforme digitali, applicazioni aziendali, pubbliche amministrazioni, commercio elettronico e sistemi di intelligenza artificiale. Dietro ogni operazione effettuata attraverso il cloud esiste una struttura fisica che deve essere progettata, costruita, collegata alle reti e mantenuta in funzione senza interruzioni.

Per questo la nuova ricerca dell’Italian Datacenter Association fotografa una prospettiva particolarmente significativa per l’Italia: nello scenario di completa realizzazione dei progetti già individuati, tra il 2026 e il 2036 potrebbero essere attivati circa 36,9 miliardi di euro di investimenti infrastrutturali. A questi si aggiungerebbe hardware informatico per un valore potenziale di circa 67 miliardi, mentre il valore aggiunto operativo diretto delle strutture potrebbe arrivare a 3,87 miliardi di euro all’anno entro il 2036.

Anche il capitolo occupazionale merita attenzione. Oggi le strutture commerciali considerate dallo studio impiegano direttamente circa 1.200 persone equivalenti a tempo pieno. Con l’attivazione della nuova capacità, gli occupati diretti potrebbero avvicinarsi a 11.900, ai quali si sommerebbero circa 11 mila lavoratori presso fornitori e aziende dell’indotto e altri tremila posti sostenuti dai consumi generati dalla filiera. Il totale potenziale raggiungerebbe così circa 26 mila occupati. Nella fase di progettazione e costruzione potrebbe inoltre rendersi necessario un fabbisogno medio di circa 20 mila addetti ogni anno.

I numeri, tuttavia, non devono essere letti come un risultato già acquisito. Si tratta di uno scenario condizionato alla realizzazione effettiva degli investimenti. Per trasformare le intenzioni in cantieri e i cantieri in occupazione serviranno procedure autorizzative più chiare, collegamenti adeguati, reti digitali efficienti e soprattutto personale specializzato. Ingegneri, tecnici elettrici, progettisti, esperti di raffreddamento, sicurezza informatica e gestione degli impianti saranno sempre più richiesti.

Milano conserva il ruolo di principale polo italiano, grazie alla concentrazione di imprese, reti e collegamenti internazionali. Roma sta però emergendo come secondo centro nazionale, mentre altre aree possono candidarsi a ospitare strutture più distribuite. Circa l’80% delle superfici analizzate riguarda zone già urbanizzate o dismesse: un elemento importante perché la crescita del settore potrebbe diventare anche un’occasione di rigenerazione industriale, evitando nuovo consumo di suolo.

La vera questione non riguarda quindi soltanto il numero dei data center, ma il ruolo che l’Italia intende occupare nell’economia digitale europea. Ospitare server non basta. Per creare valore duraturo bisogna sviluppare competenze, ricerca, imprese fornitrici, servizi avanzati e capacità di governo dei dati. Senza una strategia nazionale, il rischio è diventare semplicemente il luogo fisico nel quale operatori internazionali collocano le proprie infrastrutture.

Con una politica industriale adeguata, invece, i data center possono trasformarsi in una filiera capace di coinvolgere costruzioni, impiantistica, telecomunicazioni, formazione e innovazione. La partita dei prossimi dieci anni sarà questa: fare in modo che la crescita della capacità digitale produca anche sviluppo italiano, occupazione qualificata e maggiore autonomia tecnologica.