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23 Ott 2026, Ven

Pressione fiscale al 43,5%, il reddito sale ma le famiglie diventano più povere

Nel secondo trimestre del 2026 il potere d’acquisto è diminuito dello 0,9% e la propensione al risparmio è scesa al 6,7%. I consumi crescono più velocemente delle entrate: la fotografia dell’Istat racconta la difficoltà del ceto medio.

Il reddito disponibile aumenta, ma non abbastanza per tenere il passo con il costo dei consumi. È questa la contraddizione che emerge dai nuovi dati dell’Istat relativi al secondo trimestre del 2026: le famiglie dispongono nominalmente di qualche risorsa in più, ma in termini reali possono acquistare meno.

Nel periodo considerato il reddito disponibile lordo delle famiglie consumatrici è cresciuto dello 0,4% rispetto al trimestre precedente. La spesa per i consumi finali è aumentata invece dell’1,7%, oltre quattro volte più velocemente. Considerando l’incremento dell’1,4% del deflatore implicito dei consumi, il potere d’acquisto si è ridotto dello 0,9%.

La differenza tra valori nominali e reali è essenziale. Ricevere una somma leggermente superiore non significa diventare più ricchi se, nel frattempo, per acquistare gli stessi beni e servizi occorre spendere molto di più. È quello che molte famiglie sperimentano quotidianamente: lo stipendio può non essere diminuito, ma la quantità di spesa, servizi e sicurezza economica che riesce a garantire si restringe.

Il secondo segnale riguarda il risparmio. La propensione delle famiglie ad accantonare risorse è scesa al 6,7%, con una diminuzione di 1,2 punti percentuali rispetto al trimestre precedente. Una parte dei consumi viene quindi sostenuta riducendo quanto viene messo da parte. Nel breve periodo questo permette di mantenere il proprio tenore di vita; nel lungo periodo rende i nuclei familiari più vulnerabili davanti a un imprevisto, una spesa sanitaria o una perdita di reddito.

Nello stesso trimestre la pressione fiscale ha raggiunto il 43,5% del prodotto interno lordo, aumentando di mezzo punto rispetto allo stesso periodo del 2025. Il dato misura il rapporto complessivo tra imposte, contributi e ricchezza prodotta dal Paese: non significa che ogni cittadino versi personalmente il 43,5% del proprio reddito, ma mostra il peso aggregato del prelievo sull’economia.

I conti pubblici presentano anche elementi di miglioramento. L’indebitamento netto delle amministrazioni pubbliche è stato pari al 2% del Pil, leggermente migliore rispetto al 2,1% dello stesso trimestre dell’anno precedente. Il saldo primario, calcolato al netto degli interessi passivi, è risultato positivo per il 3% del Pil. La maggiore solidità dei conti, tuttavia, convive con una pressione crescente sulle famiglie.

Anche le imprese restituiscono un quadro misto. La quota di profitto delle società non finanziarie è scesa al 42,1%, mentre il tasso di investimento è aumentato al 26,4%. Le aziende continuano quindi a investire, ma lo fanno in un contesto nel quale i margini mostrano segnali di riduzione.

La questione politica riguarda soprattutto il ceto medio. Quando consumi e prelievo crescono più rapidamente del reddito reale, aumenta la sensazione di lavorare per conservare la propria posizione anziché per migliorarla. Rinviare l’acquisto di una casa, ridurre le vacanze o non riuscire più a risparmiare sono scelte che non sempre compaiono immediatamente negli indicatori della crescita, ma incidono sulla fiducia collettiva.

I dati Istat non descrivono un collasso, ma lanciano un avvertimento preciso. L’equilibrio delle finanze pubbliche non può essere separato dalla capacità delle famiglie di vivere, risparmiare e progettare. La prossima sfida economica sarà trasformare la crescita nominale dei redditi in un recupero reale del potere d’acquisto, evitando che il risparmio diventi il serbatoio dal quale attingere ogni volta che le spese superano le entrate.