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23 Ott 2026, Ven

L’intelligenza artificiale finisce alla sbarra: a Bari il primo processo pubblico alla società degli algoritmi

Quattro udienze, magistrati, avvocati, università ed esperti per discutere responsabilità, deepfake, manipolazione e sostituzione cognitiva. Non una rappresentazione teatrale, ma un esperimento pubblico sul rapporto tra innovazione e diritti.

Per la prima volta l’intelligenza artificiale entra in un’aula giudiziaria italiana non come strumento investigativo o materia di una controversia, ma come imputata simbolica. Oggi, 9 ottobre, nel Tribunale di Bari prende il via il “Processo all’Intelligenza Artificiale”, iniziativa promossa dal Club delle Imprese per la Cultura di Confindustria Bari e BAT nell’ambito di Bari Capitale della Cultura d’Impresa 2026.

Il procedimento si articolerà in quattro udienze, programmate il 9, 16 e 23 ottobre e il 4 novembre, tutte aperte al pubblico. A presiedere il collegio sarà Maria Mitola, presidente della Corte d’Appello di Bari, affiancata dalla presidente di sezione penale Calia Di Pinto. Il ruolo del pubblico ministero sarà affidato al procuratore della Repubblica Roberto Rossi, mentre accusa, difesa e parti civili saranno sostenute da professionisti chiamati a confrontarsi secondo la struttura di un vero dibattimento.

L’intelligenza artificiale dovrà rispondere simbolicamente di quattro capi d’accusa. Al centro del confronto ci saranno i rischi di manipolazione attraverso i sistemi conversazionali, la sostituzione di alcune funzioni cognitive, la diffusione dei deepfake, gli errori prodotti dagli algoritmi e le possibili conseguenze sulle persone più vulnerabili. Saranno ascoltati testimoni ed esperti provenienti dal mondo del diritto, dell’impresa e dell’università.

Il significato dell’iniziativa va oltre l’originalità della formula. Mettere l’IA “sotto processo” consente di trasformare un dibattito spesso astratto in una domanda comprensibile: quando un sistema automatizzato produce un danno, chi ne risponde? Il programmatore, l’azienda che lo distribuisce, il soggetto che lo utilizza oppure nessuno, perché il comportamento del modello non era pienamente prevedibile?

In realtà l’algoritmo non possiede una coscienza e non può essere considerato responsabile nel senso umano del termine. Il processo simbolico serve proprio a far emergere questa contraddizione. Dietro ogni sistema esistono scelte relative ai dati, alla progettazione, alle modalità di utilizzo e ai controlli. Presentare l’intelligenza artificiale come una forza impersonale rischia di cancellare la responsabilità di chi la sviluppa e la introduce nella società.

Il coinvolgimento della Corte d’Appello, dell’Università di Bari, del Politecnico e dell’Università Lum conferisce al progetto una dimensione interdisciplinare. Diritto e tecnologia non possono più procedere su binari separati: i magistrati devono comprendere il funzionamento degli strumenti digitali e chi li progetta deve conoscere i diritti che possono essere compromessi.

Il caso dei deepfake è emblematico. Un’immagine o una voce artificialmente riprodotte possono danneggiare la reputazione, condizionare una competizione politica o truffare cittadini e imprese. Allo stesso modo, un sistema utilizzato in ambito sanitario, scolastico o lavorativo può produrre conseguenze concrete anche quando la decisione finale viene formalmente attribuita a un essere umano.

Il processo di Bari non emetterà una sentenza capace di fermare lo sviluppo tecnologico. Potrà però contribuire a costruire una maggiore consapevolezza pubblica. La domanda più utile non è se l’intelligenza artificiale sia colpevole o innocente, ma quali limiti, controlli e responsabilità siano necessari affinché l’innovazione resti al servizio delle persone.