Le mostre del weekend attraversano l’Italia: Alicja Kwade a Todi, Paolo Maggis ad Ascoli, tatuaggi a Pesaro e memoria dello sradicamento a Gibellina.
Le mostre del weekend disegnano, nell’ultimo scorcio di agosto, una geografia culturale capace di attraversare l’Italia e di mettere in relazione linguaggi apparentemente lontani. Dalla ricerca concettuale di Alicja Kwade ai corpi inquieti dipinti da Paolo Maggis, dall’eleganza ossolana alla storia millenaria del tatuaggio, fino alle riflessioni sullo sradicamento proposte a Gibellina, il panorama espositivo offre occasioni di conoscenza che superano la semplice contemplazione estetica.

Il filo conduttore è il rapporto tra l’essere umano e le forme attraverso le quali costruisce la propria identità. Lo spazio, il corpo, l’abito, il segno inciso sulla pelle e la memoria domestica diventano strumenti per interrogare il presente. Ogni mostra, pur nella propria autonomia, propone una diversa prospettiva sull’esperienza individuale e collettiva.
Alicja Kwade trasforma lo spazio di Todi
A Todi l’arte contemporanea entra nel cuore della città attraverso un progetto che unisce dimensione pubblica e percorso museale. Dal 28 agosto Alicja Kwade, artista nata nel 1979 a Katowice, in Polonia, presenta un’installazione monumentale e una mostra personale realizzate su invito del Comune di Todi e della Fondazione Progetti Beverly Pepper.
Il progetto, curato da Marco Tonelli, prende avvio in Piazza del Popolo, dove un’installazione appartenente alla serie “ParaPosition” rimarrà visibile fino al 25 ottobre. L’opera modifica la percezione di uno degli spazi più rappresentativi della città, introducendo una presenza scultorea capace di instaurare un confronto diretto con l’architettura e con il movimento quotidiano delle persone.
La ricerca di Kwade si concentra sulle categorie attraverso le quali interpretiamo la realtà. Tempo, spazio e percezione non vengono trattati come concetti astratti, ma tradotti in dispositivi visivi che mettono in discussione ciò che appare stabile e misurabile.
Il percorso prosegue nella Sala delle Pietre, dove fino al 4 ottobre saranno esposte alcune delle opere più riconoscibili dell’artista. La scelta di affiancare la piazza e lo spazio espositivo consente alla mostra di svilupparsi su due livelli: quello dell’incontro immediato con la comunità e quello dell’osservazione più raccolta e consapevole.
Paolo Maggis e la profezia dei corpi
Alla Pinacoteca Civica di Ascoli Piceno il corpo diventa invece una soglia, il punto nel quale presenza fisica e tensione spirituale finiscono per incontrarsi. Dal 23 agosto una selezione di opere di Paolo Maggis è inserita nella rassegna “A voi domandiamo di noi – Profezie dei corpi e delle anime”, ideata da Davide Rondoni e realizzata con la collaborazione del curatore Stefano Papetti.
I grandi volti dipinti da Maggis sembrano sospesi tra contemplazione, estasi e inquietudine. Non offrono risposte immediate, ma trattengono lo sguardo dello spettatore, costringendolo a misurarsi con la fragilità e con l’intensità della figura umana.
Accanto alle sue opere sono presenti i lavori di Daniela Alfarano. I due artisti vengono chiamati a confrontarsi con i capolavori della collezione permanente della Pinacoteca, dando vita a un dialogo tra epoche, tecniche e sensibilità differenti.
Il patrimonio storico non rimane così confinato in una dimensione celebrativa. Diventa materia viva, capace di accogliere le inquietudini del presente e di mostrare come le domande sull’identità, sull’anima e sulla rappresentazione del corpo attraversino la storia dell’arte senza perdere forza.
L’eleganza ossolana tra gioielli e memoria
In Piemonte, “Ornamenta. Tesori d’eleganza e d’identità in Ossola” ricostruisce fino al 25 ottobre un universo culturale nel quale gioielli, abiti e ricami raccontano relazioni sociali, commerci e appartenenze.
Curata da Federico Troletti, la mostra si sviluppa in tre sedi: i Musei civici “Gian Giacomo Galletti” di Palazzo San Francesco e Casa De Rodis, a Domodossola, e il Centro Culturale Vecchio Municipio di Santa Maria Maggiore.
Il percorso valorizza la tradizione orafa ossolana attraverso monili, modelli, disegni e strumenti provenienti da celebri botteghe locali, alcune delle quali furono attive anche all’estero. I ritratti d’epoca documentano l’utilizzo di questi oggetti, restituendo al gioiello la sua funzione originaria di segno sociale, familiare e identitario.
A Casa De Rodis l’attenzione si sposta sull’abito quotidiano. I dipinti dei maestri della Val Vigezzo dialogano con fotografie storiche, componendo un racconto dedicato soprattutto alla vita e al lavoro femminile. A Santa Maria Maggiore, invece, emergono il significato sociale dell’abbigliamento e la qualità degli antichi tessuti e ricami ossolani.
Di particolare interesse è la selezione di manufatti realizzati dalla scuola di ricamo Ossulae Domestica Ars ed esposti all’Esposizione di Torino del 1911. Oggetti nati dalla pratica artigianale diventano documenti di un territorio e di una cultura del lavoro nella quale utilità e bellezza non erano mai completamente separate.
A Pesaro cinque millenni di tatuaggi
Ai Musei Civici di Palazzo Mosca, a Pesaro, la mostra “Tatuaggi. Storie dal Mediterraneo” affronta una delle più antiche forme di trasformazione e narrazione del corpo. Il progetto, visitabile fino al 10 gennaio 2027, è curato da Guido Guerzoni con la collaborazione di Beatrice Corti.
L’esposizione attraversa oltre cinque millenni di storia, dal 3300 a.C. fino alla contemporaneità. Il punto di partenza è l’ampia area mediterranea, ma il racconto si concentra progressivamente sulle pratiche adriatiche del tatuaggio e sulle specificità dell’antico Mare Superum.
Pesaro diventa l’epicentro di una narrazione insieme terrestre e marittima, locale e internazionale. Il tatuaggio emerge come linguaggio identitario, rituale e artistico: un segno permanente che può dichiarare appartenenza, protezione, memoria o trasformazione personale.
L’approccio interdisciplinare e l’allestimento immersivo permettono di osservare questa pratica oltre gli stereotipi contemporanei. La pelle appare come una superficie culturale sulla quale le società hanno depositato simboli, paure, desideri e gerarchie. Ciò che oggi viene spesso interpretato come scelta estetica individuale rivela così radici profonde e una complessa storia collettiva.
Gibellina, sradicamento e memoria dell’abitare
Nel programma di Gibellina Capitale italiana dell’Arte Contemporanea 2026, la collettiva “Domestic Displacement” prosegue fino al 27 settembre negli spazi del MAC – Museo d’Arte Contemporanea “Ludovico Corrao”.
Curata da Giulia Ingarao e Antonio Leone, la mostra riunisce quindici artisti internazionali: Anya Gallaccio, Regina José Galindo, Mona Hatoum, Paolo Icaro, William Kentridge, Anna Maria Maiolino, Shirin Neshat, Olu Oguibe, María Magdalena Campos-Pons, Amalia Pica, Mustafa Sabbagh, Santiago Sierra, Holly Stevenson, Zehra Doğan e Akram Zaatari.
Le opere compongono una mappa volutamente instabile dell’abitare contemporaneo. Gli artisti, provenienti da differenti contesti geopolitici, affrontano il trauma dello sradicamento, la precarietà della memoria e le poetiche dello straniamento. La casa non coincide più soltanto con un edificio, ma diventa luogo mentale, esperienza perduta, rifugio fragile o spazio attraversato dalla storia.
La scelta di Gibellina conferisce al progetto una particolare intensità. Qui il dialogo tra memoria, trasformazione e linguaggi contemporanei trova un contesto nel quale le esperienze intime possono incontrare le tensioni globali senza smarrire la propria dimensione umana.
Le mostre del weekend restituiscono dunque un’immagine dell’arte come esercizio di conoscenza. Dalle piazze umbre alle sale museali marchigiane, dai ricami ossolani alle memorie del Mediterraneo, fino alle geografie instabili di Gibellina, ogni progetto invita a osservare ciò che spesso rimane invisibile. Perché il compito più autentico dell’arte non è soltanto rappresentare il mondo, ma insegnarci a guardarlo con maggiore profondità.
