Esistono anime che non conoscono il linguaggio della mezza misura. Anime nate per abitare l’oceano in tempesta, per scatenare terremoti creativi, incendiate da un’intensità così vasta da far tremare chiunque abbia scelto di vivere al riparo, protetto dalla tiepida prudenza dell’ordinario.
Il prossimo 5 luglio non assisteremo a una semplice presentazione letteraria. Sarà un rito di presenza, viscerale, fiero e definitivo. Sarà l’incontro con un’autrice che ha preso le macerie della propria anima e, pietra su pietra, le ha trasmutate in una cattedrale d’oro e di luce.
Per consegnare al mondo questo suo esordio travolgente, “QUESTA È L’ULTIMA… poi smetto… forse” (NABIS Editrice), l’autrice ha compiuto un atto di nuda e assoluta onestà, spogliandosi di ogni maschera istituzionale per firmarsi semplicemente con il suo nome d’arte più intimo: Nathan Romania di Piscopo.

Non un nome inventato a tavolino per assecondare le mode del mercato editoriale, ma un’eredità d’affetto e una radice sacra: il nome con cui suo padre era solito chiamarla. È un sussurro d’amore e di protezione antica che l’autrice stringe tra le mani come uno scudo fiero, mentre sceglie di mostrarsi vulnerabile e sovrana davanti al suo pubblico.
A dimostrazione del fatto che quest’opera sfugga a qualsiasi recinto e schema precostituito, l’autrice ha voluto che nel libro non comparissero aridi elenchi di titoli o formalità accademiche. Ha inciso sulle pagine un autoritratto dell’anima senza filtri, un vero e proprio specchio di senso e sostanza, che compare testualmente nel volume:
Nathan Romania di Piscopo
Nata a Catania, classe 1975.
Autrice passionale e appassionata, custode di una verità che non conosce compromessi. «Nel mio percorso ho scelto di essere, a modo mio e per sempre, l’unica interprete del mio destino, riconoscendo nell’Amore l’unico balsamo capace di guarire ogni ferita e trasmutare ogni cicatrice in luce. La mia penna e la mia vita si muovono sovrane tra Senso e Sostanza, nel rifiuto categorico di ciò che è ordinario: perché oltre l’autenticità del sentire, tutto il resto è noia.»
Questo rifiuto viscerale della banalità non è una posa: è il frutto di un’esistenza nutrita da solidi studi umanistici e da una devozione totale, quasi carnale, per l’arte, la musica e la grande letteratura. Per lei la Bellezza non è mai stata un ornamento o un esercizio di stile, ma una necessità biologica, l’unica postura possibile per restare umani quando il mondo intorno profuma di deserto e di compromesso.
La sua scrittura riflette questo sangue umanista: taglia come un bisturi intriso di sentimenti, apre voragini nell’anima ma richiude ogni ferita con la sutura del coraggio. Come scrive mirabilmente la professoressa Maria Liliana Nigro nella prefazione, l’autrice è:
«Una Venere in carne e ossa, coraggiosa nell’aprire uno scrigno intimo… non chiede permesso, non bussa, apre la porta dell’anima ed entra.»
Senza svelare i segreti di un viaggio che va assaporato e vissuto nel silenzio della lettura, la trama prende vita da una collisione magnetica ed elettrica a Roma. Sotto la Fontana del Tritone, dove i sanpietrini umidi incontrano il basalto, si scontrano due mondi destinati a fondersi ben oltre la carne: Lia, donna delle istituzioni trincerata dietro un rigore millimetrico di seta bianca, e Tancredi, leader politico dall’indole ribelle, autentica e spettinata.
Quell’urto casuale che fa volare i documenti a terra diventa il simbolo di un ordine interiore che si spezza per sempre.
Ma il brivido più profondo dell’opera, un erotismo puramente intellettuale e spirituale, emerge quando la storia devia verso la liturgia del silenzio, l’allontanamento e il gelo del distacco. Davanti a un “no” tagliente, davanti alla paura di un uomo che indietreggia spaventato dall’immensità di un sentimento che non sa contenere, la protagonista compie il miracolo.
Non si lascia inghiottire dal mare livido di Ostia; si lascia partorire nuovamente dalle onde. Prende quel dolore lacerante, lo unisce alla lava della sua Catania e alla solidità del marmo, trasformandolo in una straordinaria maternità dello spirito.
Nasce così l’Accademia del Garbo.
L’autrice prende il fuoco che rischiava di consumarla e lo riversa sui giovani, insegnando che la gentilezza richiede un coraggio sovversivo che i prepotenti non conosceranno mai; che l’educazione all’emozione è l’unico vero atto di guerra contro l’indifferenza; che la Bellezza non è un lusso, ma una suprema necessità sociale e culturale.
L’autrice scrive:
«Oggi, se tornassi indietro, rifarei esattamente ogni cosa. Rivivrei ogni messaggio, ogni attesa infinita e persino quel rifiuto tagliente con la medesima, bruciante intensità. Perché quel dolore mi ha ricordato che io sono viva. Sono una donna passionale, una creatura che ha fame di vita e mai di sopravvivenza.»
Il 5 luglio, dimenticate le distaccate formalità dei salotti culturali. Venite a guardare negli occhi un’autrice che ha avuto l’immenso, aristocratico coraggio di gridare che l’intensità non è una colpa, ma una possibile salvezza.
Venite ad ascoltare la voce e la verità di Nathan Romania di Piscopo.
Portate con voi le vostre ferite, i vostri amori interrotti e i vostri inverni del cuore: quella sera, davanti al marmo splendente di questa storia, ognuno di noi potrà imparare a trasformare le proprie cicatrici in luce.
Un volume, due anime: l’edizione bilingue testa/coda
A rendere ancora più originale questo progetto editoriale contribuisce una scelta grafica e culturale di grande impatto: “QUESTA È L’ULTIMA… poi smetto… forse” è stato realizzato in un elegante formato testa/coda bilingue, concepito per accogliere il lettore in due lingue e due prospettive narrative. Da un lato del volume si trova la copertina dell’edizione italiana, che introduce il testo nella sua lingua originale. Girando il libro e capovolgendolo, il lettore scoprirà una seconda copertina perfettamente speculare, dedicata all’edizione in lingua inglese. Due ingressi, due percorsi di lettura e un unico cuore narrativo.
Questa particolare soluzione editoriale non rappresenta soltanto una scelta estetica raffinata, ma testimonia la volontà dell’autrice di aprire la propria opera a un pubblico internazionale, abbattendo confini linguistici e culturali. Il libro diventa così un ponte tra mondi diversi, mantenendo intatta la forza emotiva del racconto sia nella versione italiana sia in quella inglese, offrendo ai lettori un’esperienza di lettura innovativa e simbolica: due copertine, due lingue, un’unica storia capace di parlare direttamente all’anima.

