Il violino di Niccolò Paganini incontra proiezioni tridimensionali, effetti speciali e il linguaggio dei grandi show contemporanei. Questa sera, 18 agosto, l’Arena di Verona ospita l’anteprima mondiale di Paganini Paradise, mentre domani torneranno le celebri Quattro Stagioni trasformate da Marco Balich in un’esperienza immersiva. Non è soltanto un concerto: è il tentativo di immaginare come potrebbe presentarsi la musica classica alle nuove generazioni.
Ci sono luoghi nei quali la storia sembra chiedere rispetto. E poi ci sono momenti nei quali quella stessa storia può essere raccontata utilizzando un linguaggio completamente nuovo.
L’Arena di Verona prova a fare entrambe le cose.
Questa sera, 18 agosto 2026 alle 21.30, debutta in anteprima mondiale Paganini Paradise. Superlive Immersive Concert, nuova produzione nata dalla collaborazione tra Fondazione Arena di Verona e Balich Wonder Studio. Il giorno successivo, il 19 agosto, sarà invece la volta di Viva Vivaldi. The Four Seasons Immersive Concert, già protagonista di precedenti sold out.
Due serate consecutive che trasformano uno dei templi mondiali della lirica in qualcosa di difficilmente classificabile con le categorie tradizionali.
Concerto? Spettacolo digitale? Installazione? Grande evento?
Probabilmente tutte queste cose insieme.

Paganini, dal “violino del diavolo” al Paradiso
Paganini sembra quasi essere nato per un progetto del genere.
Virtuoso leggendario, compositore e personaggio circondato già durante la propria vita da racconti quasi soprannaturali, Niccolò Paganini costruì attorno al violino una dimensione spettacolare molto prima che esistessero amplificatori, maxi schermi ed effetti digitali.
La sua abilità era talmente fuori dall’ordinario da alimentare la leggenda di un possibile patto con il diavolo.
Paganini Paradise parte proprio da questa contraddizione.
Lo spettacolo mette in relazione alcuni brani del compositore genovese con musiche legate all’idea del Paradiso, inteso come luogo di bellezza, meraviglia e sublimazione. Fondazione Arena presenta il progetto come un viaggio tra virtuosismo, emozione e tecnologia, affidato all’Orchestra areniana e alla regia di Marco Balich.
L’obiettivo è ambizioso: trasformare una figura dell’Ottocento in un protagonista capace di parlare al pubblico del 2026 senza trasformarne la musica in semplice colonna sonora.
Tre giovani protagonisti al centro dell’Arena
La tecnologia occupa una parte fondamentale dello spettacolo, ma al centro rimangono musicisti reali.
Il violino è affidato a Giovanni Andrea Zanon, il violoncello a Ettore Pagano e il flauto a Federico Altare. Sul podio c’è Enrico Fagone, alla guida dell’Orchestra della Fondazione Arena di Verona.
È un dettaglio importante.

Il progetto non prova a sostituire l’esecuzione musicale con lo spettacolo tecnologico: costruisce invece intorno ai musicisti un ambiente visivo capace di amplificare ciò che avviene sul palco.
Ed è proprio qui che si gioca la scommessa.
La musica classica può utilizzare il linguaggio spettacolare del XXI secolo senza perdere la propria identità?
Marco Balich porta il linguaggio delle grandi cerimonie nella classica
La presenza di Marco Balich spiega molto dell’impostazione.
Balich Wonder Studio lavora da anni sulle grandi produzioni dal vivo nelle quali scenografie monumentali, proiezioni, luci, tecnologia e performance devono dialogare davanti a migliaia di spettatori.
All’Arena quel linguaggio viene applicato alla musica classica.
Non si tratta semplicemente di collocare alcuni schermi dietro l’orchestra. L’anfiteatro stesso diventa parte della narrazione: immagini e proiezioni tridimensionali dialogano con l’architettura romana, trasformando lo spazio intorno agli interpreti.
Il risultato avvicina la classica al linguaggio dei grandi eventi internazionali.
Ed è forse proprio questo l’elemento più innovativo.
Domani torna Vivaldi
Se Paganini Paradise rappresenta la novità assoluta, il secondo appuntamento ha già superato la prova del pubblico.

Mercoledì 19 agosto alle 21.30 torna infatti Viva Vivaldi. The Four Seasons Immersive Concert, sempre con la regia di Marco Balich e Giovanni Andrea Zanon al violino.
Le celeberrime Quattro Stagioni vengono eseguite dal vivo mentre immagini tridimensionali trasformano progressivamente l’Arena.
Primavera, estate, autunno e inverno non vengono quindi soltanto ascoltati.
Diventano paesaggi.
Il pubblico viene circondato da immagini ispirate alla natura e ai cambiamenti delle stagioni, in uno spettacolo della durata di circa un’ora e 25 minuti senza intervallo.
La produzione aveva già ottenuto un importante riconoscimento internazionale: Viva Vivaldi ha conquistato due primi premi al BEA World, nelle categorie evento musicale e format originale, dopo essere stato selezionato all’interno di una competizione che riuniva centinaia di progetti provenienti da numerosi Paesi.
La tecnologia può salvare la musica classica?
È la domanda che inevitabilmente accompagna esperimenti di questo tipo.
I puristi potrebbero sostenere che Paganini o Vivaldi non abbiano bisogno di effetti speciali.

Ed è difficile contestarlo.
Le loro opere hanno attraversato secoli senza necessità di proiezioni 3D.
Ma forse il punto non è questo.
La vera questione riguarda come portare un pubblico nuovo davanti a quella musica.
Le generazioni cresciute con cinema, videogiochi, concerti pop monumentali, realtà aumentata e contenuti immersivi possiedono un vocabolario visivo completamente diverso rispetto agli spettatori di mezzo secolo fa.
Utilizzare quel vocabolario non significa necessariamente banalizzare la musica.
Può significare costruire una porta d’ingresso.
E se uno spettatore di vent’anni entra all’Arena perché incuriosito dalle immagini e ne esce ricordandosi il suono di Paganini, la tecnologia avrà probabilmente svolto la propria funzione.
L’Arena diventa laboratorio del futuro
L’esperimento veronese è interessante anche per un’altra ragione.
L’Arena non rinuncia alla propria identità.
Il 103° Arena di Verona Opera Festival continua a proporre Verdi, Puccini e i grandi titoli della tradizione, ma accanto al repertorio classico vengono progressivamente inseriti progetti capaci di utilizzare linguaggi contemporanei.
È una strategia che potrebbe diventare sempre più importante per le grandi istituzioni culturali.
Musei, teatri e fondazioni si trovano infatti davanti alla stessa sfida: conservare il patrimonio senza trasformarsi in luoghi destinati esclusivamente a un pubblico già conquistato.
Tradizione e innovazione, in questo senso, non devono necessariamente essere avversarie.
Paganini avrebbe probabilmente approvato
C’è infine una curiosa ironia storica.
Oggi potremmo considerare laser, effetti digitali e immagini tridimensionali qualcosa di estraneo alla musica colta.
Ma Paganini stesso fu uno dei più grandi uomini di spettacolo della propria epoca.
Il pubblico accorreva per vederlo tanto quanto per ascoltarlo. La sua tecnica, il suo aspetto, la sua fama e le leggende che lo accompagnavano contribuivano alla costruzione del personaggio.
Era, in qualche modo, una rockstar prima ancora che esistesse il rock.
Per questo vedere la sua musica trasformata in un grande spettacolo dentro un anfiteatro romano non appare poi così distante dalla sua storia.
Cambiano gli strumenti.
Cambiano le immagini.
Cambiano le tecnologie.
Rimane quella stessa ricerca della meraviglia che da secoli porta migliaia di persone davanti a un palco.
E forse il futuro della musica classica non sarà scegliere tra tradizione e spettacolo, ma riuscire a farli convivere senza sacrificare nessuno dei due.
