È morto Varenne, addio al Capitano del trotto

È morto Varenne a 31 anni: il leggendario “Capitano”, simbolo mondiale del trotto, si è spento improvvisamente nell’allevamento LJ di Eboli.

È morto Varenne, il cavallo che ha trasformato il trotto in qualcosa di più di una disciplina sportiva, portandolo nell’immaginario collettivo di milioni di italiani. Il “Capitano”, come era stato ribattezzato durante una carriera straordinaria, si è spento a 31 anni nella notte tra il 17 e il 18 agosto nell’allevamento LJ di Eboli, in provincia di Salerno, dove trascorreva la sua vecchiaia. La notizia, diffusasi rapidamente sui social e sui media, è stata confermata all’ANSA.

Una morte improvvisa, arrivata quando nulla sembrava lasciarla presagire. Secondo quanto comunicato dallo staff che lo accudiva, il veterinario ha attribuito il decesso a un infarto fulminante. Varenne aveva compiuto 31 anni lo scorso 19 maggio e, pur con gli inevitabili acciacchi legati all’età, continuava a condurre una vita tranquilla e attentamente assistita.

Con lui se ne va uno dei simboli più riconoscibili dell’ippica internazionale. Rimangono i record, le immagini delle vittorie, il rapporto con il pubblico e soprattutto quella capacità, rara anche tra i più grandi campioni dello sport, di oltrepassare i confini della propria disciplina.

È morto Varenne, una scomparsa improvvisa a Eboli

Il cuore del Capitano ha smesso di battere intorno alle due della notte. Varenne si trovava nel suo box all’interno dell’allevamento LJ di Eboli, struttura nella quale si era trasferito nel marzo 2025 e dove aveva trovato un ambiente costruito intorno alle esigenze della sua età.

Dario De Angelis, proprietario dell’allevamento, ha raccontato all’ANSA che, nonostante gli acciacchi, il cavallo stava discretamente bene. Poco prima aveva effettuato una delle sue abituali passeggiate nel parco e si trovava insieme a Giovanni, uno dei collaboratori che quotidianamente si prendevano cura di lui, quando si è improvvisamente accasciato.

Nella Piana del Sele il campione aveva trovato una dimensione lontana dalle pressioni delle competizioni e dal clamore degli ippodromi. Il suo box misurava circa trenta metri quadrati, disponeva di due ingressi e tre ventilatori. Due veterinari e un nutrizionista ne seguivano le condizioni, mentre l’alimentazione era distribuita in cinque pasti differenti durante la giornata.

Era il trattamento riservato a un cavallo anziano che aveva bisogno di attenzioni particolari, prima ancora che alla leggenda conosciuta in tutto il mondo.

Ed è proprio questo l’aspetto più umano che emerge dalle parole di chi lo ha accompagnato nell’ultima parte della sua esistenza. De Angelis ha descritto un animale dall’intelligenza sorprendente, capace di instaurare relazioni e abitudini precise, perfettamente ambientato nella nuova casa.

Dai primi passi alla conquista del mondo

Varenne era nato il 19 maggio 1995 nell’Allevamento di Zenzalino, nel Ferrarese. Figlio dello stallone americano Waikiki Beach e della fattrice italiana Ialmaz, possedeva una genealogia di altissimo livello. Il suo nome derivava dalla rue de Varenne di Parigi, la strada nella quale si trova l’Ambasciata d’Italia in Francia.

La sua storia agonistica cominciò nel 1998 e non senza difficoltà. L’esordio fu segnato da una squalifica per rottura dell’andatura, episodio che non impedì agli osservatori più attenti di intravedere qualità eccezionali.

Acquistato da Enzo Giordano, Varenne venne affidato all’allenatore finlandese Jori Turja e legò gran parte della propria epopea sportiva al driver Giampaolo Minnucci. Da quel momento iniziò una scalata che avrebbe cambiato la storia moderna del trotto.

Le cifre raccontano soltanto in parte la dimensione del fenomeno. Le fonti riportano 62 vittorie in 73 corse nella carriera disputata tra il 1998 e il 2002, con 53 Gran Premi conquistati e oltre sei milioni di euro di premi. Reuters ricorda inoltre come nel 2001 sia diventato l’unico cavallo nominato Horse of the Year contemporaneamente in Italia, Francia e Stati Uniti.

Il Capitano che portò il trotto al grande pubblico

Il punto più alto della sua parabola sportiva arrivò all’inizio del nuovo millennio. Nel suo palmarès figurano successi nelle competizioni che rappresentano il vertice mondiale della specialità.

Varenne conquistò per due volte il Prix d’Amérique, nel 2001 e nel 2002, e nello stesso biennio vinse anche l’Elitloppet in Svezia. Al Gran Premio Lotteria di Agnano si impose tre volte consecutive, dal 2000 al 2002. Nel 2001 arrivò anche la vittoria nella Breeders Crown negli Stati Uniti, completando una stagione entrata nella storia dell’ippica internazionale.

Ma ridurre Varenne ai risultati significherebbe non comprendere pienamente ciò che rappresentò.

Il Capitano riuscì infatti a compiere un’impresa ancora più difficile: portare il trotto fuori dagli ippodromi. Divenne un personaggio popolare, riconoscibile anche da chi non seguiva abitualmente l’ippica. Le sue apparizioni televisive, la notorietà internazionale e il rapporto quasi teatrale con il pubblico contribuirono a trasformarlo in un’autentica celebrità sportiva.

Nel 2002, durante una presentazione a San Siro, abbassò la testa e portò una zampa anteriore verso il muso, in un gesto interpretato dal pubblico come un vero e proprio inchino. Un’immagine rimasta nella memoria degli appassionati.

La sua fama raggiunse anche le più alte istituzioni. Nel corso della sua vita ricevette riconoscimenti legati a figure come Papa Giovanni Paolo II e il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. Nel 2010 arrivò inoltre l’ingresso nella United States Harness Racing Hall of Fame.

L’ultima corsa e una nuova vita

La carriera agonistica terminò il 28 settembre 2002, in Canada. A Montreal, nel Mondial Trot, Varenne tagliò il traguardo al secondo posto alle spalle della francese Fan Idole, prima di essere retrocesso per irregolarità nell’andatura.

Era la conclusione sportiva di un’epoca, ma non della sua storia.

Dopo il ritiro, Varenne diventò uno stallone ricercatissimo. Tra il 2004 e il 2024 il suo seme venne commercializzato in numerosi Paesi e il Capitano generò oltre duemila discendenti, trasferendo così la propria eredità genetica a nuove generazioni di trottatori.

La sua seconda vita contribuì ulteriormente a consolidarne il peso nella storia dell’allevamento internazionale. Il campione che aveva conquistato gli ippodromi continuava, indirettamente, a correre attraverso i propri figli.

Negli ultimi anni, però, record e genealogie avevano lasciato spazio a una quotidianità diversa. Passeggiate, cure, alimentazione controllata, silenzio e attenzioni. Nel marzo 2025 il trasferimento a Eboli, fortemente voluto dal proprietario Enzo Giordano, aveva aperto l’ultimo capitolo della sua esistenza.

Giordano è morto nel 2025. Per questo assumono un significato particolare le parole pronunciate da Dario De Angelis dopo la scomparsa del Capitano: il pensiero che Varenne abbia idealmente raggiunto il suo storico proprietario rende, ha spiegato, questo momento almeno un poco meno doloroso.

Varenne, ciò che resta oltre i record

È morto Varenne, ma la grandezza di un campione non coincide mai soltanto con il giorno della sua scomparsa. Sopravvive nel ricordo di chi lo ha visto correre, nelle immagini degli ippodromi gremiti, nei figli che continuano la sua linea genetica e nella storia di uno sport che grazie a lui riuscì, per alcuni anni, a parlare anche a chi dell’ippica conosceva poco o nulla.

Il trotto aveva trovato nel Capitano il suo ambasciatore più potente. Velocità, intelligenza, eleganza e continuità di rendimento trasformarono un cavallo da corsa in un fenomeno capace di rappresentare un’intera epoca.

A Eboli, nell’ultima notte della sua lunga vita, non si è spento soltanto uno straordinario atleta animale. Si è chiusa una pagina della storia sportiva italiana.

Le classifiche possono essere aggiornate, i record possono cadere e nuovi campioni possono conquistare gli ippodromi. La memoria, invece, segue regole differenti. Ed è probabilmente lì, nella memoria collettiva dello sport, che il Capitano continuerà ancora a correre.