Da Lorenzo Lotto a Poltrona Frau, un viaggio nelle Marche tra capolavori rinascimentali, design, musica e antichi mestieri nel segno del turismo lento.
C’è un’Italia che non ha bisogno di alzare la voce per raccontare la propria bellezza. Vive nei borghi, nelle chiese che custodiscono da secoli opere nate esattamente per quei luoghi, nelle botteghe dove il sapere passa dalle mani prima ancora che dai libri. È l’Italia che emerge percorrendo le Marche tra Lorenzo Lotto e Poltrona Frau, lungo un itinerario che unisce Monte San Giusto, Tolentino e Macerata e nel quale arte, design, musica e manifattura diventano parti di un unico racconto.

È un viaggio adatto soprattutto a chi sceglie il turismo lento, quello che concede tempo ai dettagli e permette di comprendere il rapporto profondo tra un territorio e ciò che ha saputo produrre nei secoli. Un percorso che, in questi giorni, dialoga anche con la stagione lirica dello Sferisterio di Macerata, alle battute conclusive con Carmina Burana, Il Barbiere di Siviglia e Nabucco.
Il filo conduttore è il bello. Non quello semplicemente esposto, ma quello conservato, lavorato, tramandato e, in alcuni casi, trasformato in impresa.
Lorenzo Lotto nelle Marche, un capolavoro rimasto a casa
La prima tappa conduce a Monte San Giusto, comune di circa 7.500 abitanti, il cui patrimonio religioso racconta un passato ben più importante di quanto le dimensioni del borgo potrebbero suggerire. Fino all’Ottocento vi erano otto chiese, testimonianza del ruolo religioso e della posizione strategica che il centro ebbe lungo le vie di transito.
È qui che si incontra uno dei momenti più intensi dell’itinerario.
Sull’altare di Santa Maria della Pietà domina la grande Crocifissione di Lorenzo Lotto, realizzata nel 1529 su commissione del potente vescovo Niccolò Bonafede. Cinque secoli sono trascorsi, ma l’opera continua a vivere nel luogo per il quale era stata concepita.
La tela giunse arrotolata da Venezia fino a Porto Recanati. Ad accoglierla sarebbe stata poi la monumentale cornice in legno dorato, eseguita da artigiani locali seguendo il progetto dello stesso pittore veneziano.
Un particolare rende l’incontro ancora più suggestivo: tutto è sostanzialmente rimasto come allora. Il dipinto è stato spostato soltanto una volta, negli anni Ottanta, in occasione di un importante intervento di restauro.
La possibilità di osservare un’opera cinquecentesca ancora inserita nel proprio contesto originario restituisce qualcosa che nessuna sala museale potrebbe replicare completamente: il rapporto fra pittura, architettura, committenza e comunità.
Monte San Giusto, tuttavia, non si esaurisce nel suo Lotto. Il borgo assume quasi la forma di un museo diffuso. Palazzo Bonafede conserva gli affreschi della Camera Picta, attualmente chiusa per restauri, mentre la Pinacoteca custodisce una significativa raccolta di opere su carta con nomi che spaziano da Giorgio Vasari a Guercino e Andrea Pozzo.
Singolare anche la mostra di 18 presepi storici curata da Andrea Pistolesi, baritono di professione e collezionista: nella propria abitazione conserva circa quattromila statue appartenenti a epoche differenti.
Il borgo che indossa un naso rosso
Monte San Giusto possiede anche un volto contemporaneo, giocoso e profondamente sociale. Da quindici anni, tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre, il paese ospita il Clown&Clown Festival, manifestazione internazionale capace di mettere insieme arte circense e clownterapia.
Il simbolo dell’evento è impossibile da ignorare: un enorme naso rosso compare sul campanile della chiesa, modificando per alcuni giorni il profilo stesso del borgo.
Il legame con la cultura della clownterapia è consolidato anche dalla presenza di Hunter Doherty “Patch” Adams, il medico statunitense la cui esperienza ha ispirato il celebre film. Cittadino onorario di Monte San Giusto dal 2008, Adams è tornato più volte nel paese come ospite.
È un altro modo di interpretare la cultura: non soltanto conservazione della memoria, ma capacità di creare partecipazione e trasformare l’arte in relazione umana.
Tolentino, dove il design incontra la memoria industriale
Lasciando il Rinascimento e dirigendosi verso Tolentino, il linguaggio cambia radicalmente. Il concetto di bellezza, però, rimane.
Qui sorge Interno Marche – Design Experience Hotel, inaugurato poco più di due anni fa dopo un restauro da circa 15 milioni di euro che ha restituito nuova vita all’edificio liberty sede, dal 1922, dell’Opificio della Nazareno Gabrielli, azienda di pelletteria e abbigliamento rimasta in auge fino agli anni Novanta.
A immaginare la trasformazione dell’antica struttura industriale in un albergo-museo fu Franco Moschini, patron di Poltrona Frau. L’obiettivo era permettere al pubblico di entrare fisicamente nella storia del design, non limitandosi a osservarla dietro una teca.
Le camere e gli spazi comuni diventano così luoghi nei quali utilizzare, osservare e comprendere oggetti che hanno segnato l’architettura d’interni internazionale.
Interno Marche dispone di 25 stanze dedicate ad altrettanti protagonisti del design, tra i quali Gae Aulenti, Michael Thonet, Achille e Pier Giacomo Castiglioni, Vico Magistretti, Michele De Lucchi, Jean-Marie Massaud e Marco Zanuso. Altre cinque camere, collocate nella dependance, raccontano invece movimenti artistici e culturali, dal Radical al Pop.
Non si dorme semplicemente accanto al design: si entra nella sua storia.
Da Poltrona Frau alla cultura del “Buono, Bello e Ben Fatto”
La vicenda di Franco Moschini è inseparabile da quella di Tolentino. Fu lui, nei primi anni Sessanta, a favorire il trasferimento di Poltrona Frau da Torino nel centro marchigiano, in un momento nel quale l’azienda non riusciva a far fronte a un consistente debito nei confronti della Nazareno Gabrielli per la fornitura di pellame.
Quella scelta avrebbe contribuito a consolidare un legame destinato a diventare identitario. Tolentino possedeva infatti una tradizione nella lavorazione della pelle le cui radici risalgono al Cinquecento.
La svolta arrivò anche attraverso l’intuizione di coinvolgere grandi architetti nella progettazione degli arredi, a cominciare da Gio Ponti. Artigianato e cultura progettuale iniziarono così a parlare la stessa lingua.
Moschini, morto nel 2025, viene ricordato anche per il particolare rapporto con i dipendenti: secondo quanto raccontato da chi lo conobbe, ogni mattina li salutava uno per uno ed era disponibile ad aiutare personalmente chi attraversasse un momento di necessità.
Oggi la Fondazione Design Terrae continua a custodirne l’eredità culturale, sintetizzata nel motto “Buono, Bello e Ben Fatto”.
«Interno Marche è il suo lascito per far conoscere il territorio attraverso la sua storia», ha spiegato all’ANSA l’architetto Carlo De Mattia, presidente della Fondazione, ricordando come per Moschini non fosse determinante il costo dell’operazione, quanto il valore del messaggio che intendeva trasmettere.
Ed è proprio qui che il design smette di essere soltanto estetica per diventare cultura d’impresa.
Il museo Poltrona Frau e un secolo di design
Nella zona industriale di Tolentino il viaggio prosegue nel museo Poltrona Frau, inaugurato nel 2012 accanto alla sede operativa in occasione del centenario della fondazione dell’azienda.
Progettato da Michele De Lucchi, il museo attraversa la storia del marchio attraverso alcuni dei suoi oggetti più riconoscibili: dalla poltrona Vanity Fair ai divani Chester, fino alla sedia Archibald.
Quest’ultima è stata reinterpretata dall’artista statunitense Obey in una recente versione a tiratura limitata di 200 esemplari, proposta al prezzo di 15 mila euro ciascuno.
Il percorso permette anche di comprendere come il marchio, oggi appartenente alla statunitense Haworth, abbia progressivamente superato i confini dell’arredamento domestico. Poltrona Frau realizza infatti allestimenti per sale congressi e da concerto, grandi navi, imbarcazioni di lusso e interni automobilistici per marchi prestigiosi come Ferrari e Porsche.
Dietro ogni prodotto resta però una cultura manifatturiera che rappresenta uno degli elementi distintivi del territorio marchigiano: la capacità di mettere in dialogo tecnologia, progetto e abilità manuale.
Macerata, da Palazzo Buonaccorsi allo Sferisterio
Il viaggio approda infine a Macerata, dove Palazzo Buonaccorsi offre un’altra sintesi della stratificazione culturale delle Marche.
Le sale del palazzo custodiscono raccolte di arte antica, barocca e rinascimentale, insieme ai dipinti della settecentesca Galleria dell’Eneide. Il Museo della Carrozza raccoglie inoltre 24 veicoli storici, mentre la collezione di arte moderna conduce il visitatore verso il Novecento.
Particolare attenzione è dedicata al Futurismo e a Ivo Pannaggi, artista originario della città, per proseguire attraverso opere del secondo dopoguerra fino alle esperienze più recenti.
Poco distante, lo Sferisterio conferma la vocazione culturale di Macerata attraverso la musica e l’opera lirica, completando idealmente un itinerario nel quale le arti non appaiono mai isolate dal territorio che le ospita.
Le Marche, dove la bellezza diventa identità
Da una Crocifissione cinquecentesca che non ha abbandonato la propria chiesa a un albergo dove si può abitare la storia del design, dalle mani degli artigiani della pelle alle sale di Palazzo Buonaccorsi, le Marche tra Lorenzo Lotto e Poltrona Frau raccontano un modello culturale costruito sulla continuità.
Il Rinascimento e il design contemporaneo potrebbero sembrare mondi lontanissimi. Eppure, percorrendo pochi chilometri tra Monte San Giusto, Tolentino e Macerata, emerge ciò che li accomuna: la qualità del progetto, il valore del lavoro, la conoscenza dei materiali e quella ricerca del bello che qui non appare come semplice ornamento.
È forse questo il significato più profondo del viaggio. Scoprire una regione attraverso ciò che ha saputo creare, ma soprattutto attraverso ciò che continua a custodire e a tramandare. Perché nelle Marche la bellezza non è soltanto qualcosa da contemplare: è una forma di memoria, una competenza e, ancora oggi, un modo di interpretare il futuro.
