Una fabbrica progettata per produrre automobili può costruire mezzi destinati alla difesa? La domanda, fino a pochi anni fa insolita, è diventata improvvisamente concreta.

Con il mercato automobilistico occidentale alle prese con sovraccapacità produttiva, concorrenza asiatica e trasformazione tecnologica, alcuni grandi costruttori stanno guardando al comparto della difesa come possibile area di diversificazione.
Ford, General Motors e Jaguar Land Rover sono tra i gruppi citati da Reuters in relazione all’interesse per nuovi contratti militari, mentre diverse aziende della componentistica stanno valutando opportunità analoghe. Nel Regno Unito, per esempio, alcune case automobilistiche competono per una commessa del Ministero della Difesa britannico legata a veicoli derivati da piattaforme commerciali. Reuters
Non stiamo parlando di trasformare improvvisamente un’intera casa automobilistica in un produttore di carri armati.
Il fenomeno è molto più interessante e industrialmente sofisticato.
Le moderne automobili condividono infatti numerose competenze con altri mezzi avanzati: elettronica, software, sensori, motori, batterie, sistemi di navigazione, materiali compositi e capacità produttive altamente automatizzate.
Una catena industriale dell’automotive dispone inoltre di una caratteristica fondamentale: è progettata per produrre su grande scala.
E proprio la capacità di aumentare rapidamente i volumi rappresenta oggi una delle principali questioni per l’industria occidentale della difesa.
Le case automobilistiche hanno qualcosa che molte aziende specializzate non possiedono: enormi stabilimenti, reti globali di fornitori e decenni di esperienza nella produzione seriale.
L’interesse, tuttavia, nasce anche da un problema opposto.
Molti impianti automobilistici europei e americani non lavorano alla piena capacità. Il passaggio all’elettrico, le oscillazioni della domanda e la crescente presenza dei costruttori cinesi stanno ridisegnando completamente il mercato.
Uno stabilimento sottoutilizzato rappresenta un costo enorme.
Da qui l’idea di utilizzare alcune competenze, linee produttive o siti industriali per settori nei quali la domanda sta invece crescendo.
General Motors, secondo Reuters, prevede per esempio una crescita significativa delle attività della propria divisione dedicata alla difesa, anche se il peso di questo business resterà comunque limitato rispetto al gigantesco mercato automobilistico del gruppo. Reuters

La questione diventa particolarmente interessante per l’Europa.
Il continente possiede una straordinaria tradizione automobilistica: Germania, Italia, Francia, Regno Unito, Spagna e altri Paesi ospitano stabilimenti e filiere tra le più avanzate del mondo.
La possibilità di utilizzare almeno una parte di queste competenze per nuove produzioni potrebbe contribuire a preservare capacità industriale e occupazione.
Ma sarebbe sbagliato immaginare la difesa come una soluzione universale alla crisi dell’automotive.
I numeri sono diversi. Le automobili vengono prodotte in milioni di esemplari; molti sistemi militari in migliaia o persino centinaia. Le certificazioni sono differenti, i clienti quasi esclusivamente pubblici e i cicli delle commesse possono essere lunghi.
Per alcuni fornitori, tuttavia, le prospettive possono essere differenti. Aziende specializzate in sensori, componentistica, software o meccanica possono adattarsi più facilmente e servire contemporaneamente mercati civili e industriali.
È questo forse il fenomeno più significativo.
Stanno progressivamente diminuendo i confini tra settori un tempo separati.
Automotive, aerospazio, robotica, telecomunicazioni e difesa utilizzano ormai tecnologie sempre più simili.
La fabbrica del futuro potrebbe quindi non produrre un solo prodotto.
Potrebbe diventare una piattaforma industriale flessibile capace di costruire automobili, droni, sistemi robotici e mezzi specializzati.
E nell’economia dei prossimi anni, la capacità di trasformarsi rapidamente potrebbe essere importante quasi quanto la capacità di produrre.
