L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE ENTRA NEL CONSIGLIO DI SICUREZZA ONU: SAM ALTMAN ATTESO A NEW YORK

Il CEO di OpenAI interverrà in una sessione pubblica dedicata ad AI e sicurezza internazionale. Dalla disinformazione alle applicazioni militari fino al rischio di perdita di controllo: la tecnologia più potente del nostro tempo diventa ufficialmente materia geopolitica.

Per molti anni l’intelligenza artificiale è stata raccontata principalmente come una rivoluzione tecnologica.

Poi è diventata una rivoluzione economica.

Adesso sta diventando una questione di sicurezza internazionale.

Sam Altman, CEO di OpenAI, è atteso la prossima settimana al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per partecipare a un briefing dedicato proprio al rapporto tra intelligenza artificiale e sicurezza globale.

Reuters riferisce che la riunione dei quindici membri del Consiglio sarà convocata dalla Francia e presieduta dal ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot. L’incontro sarà pubblico e avverrà durante la settimana dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

Il passaggio è simbolicamente enorme.

Il Consiglio di Sicurezza è l’organismo delle Nazioni Unite chiamato ad affrontare le principali minacce alla pace e alla sicurezza internazionale.

Portare l’AI davanti a questo organismo significa riconoscere che la tecnologia non può più essere considerata soltanto una materia per aziende, programmatori e autorità per la privacy.

Il motivo è semplice: le capacità dei modelli stanno crescendo con una velocità che apre contemporaneamente opportunità straordinarie e nuovi rischi.

Un sistema avanzato può accelerare la ricerca scientifica, migliorare processi industriali e aiutare milioni di persone a svolgere attività intellettuali.

Ma strumenti simili possono essere utilizzati anche per automatizzare campagne di disinformazione, condurre attacchi informatici, analizzare informazioni militari o supportare attività potenzialmente pericolose.

Il documento preparatorio francese, secondo Reuters, richiama proprio la necessità di un’azione internazionale sulla sicurezza e sullo sviluppo responsabile dell’intelligenza artificiale, includendo tra le preoccupazioni il possibile utilizzo malevolo e gli scenari di perdita di controllo sui sistemi più avanzati.

Altman dovrebbe porre l’accento sulla cooperazione internazionale, sugli standard condivisi di sicurezza e sulla necessità che i benefici dell’AI possano essere distribuiti in maniera più ampia.

Ma il punto forse più interessante è un altro.

Come si costruisce una governance mondiale dell’intelligenza artificiale mentre le principali potenze stanno contemporaneamente competendo per dominarla?

È la contraddizione fondamentale.

Stati Uniti e Cina considerano l’AI una tecnologia strategica per economia e sicurezza nazionale. Reuters ha descritto la competizione tecnologica tra Washington e Pechino come uno degli elementi centrali del prossimo vertice Trump-Xi, con discussioni che coinvolgono chip, applicazioni militari, sicurezza e regolamentazione.

Da una parte esiste quindi l’interesse comune a evitare utilizzi catastrofici.

Dall’altra esiste l’interesse nazionale a non perdere terreno nella corsa tecnologica.

È un problema che ricorda, pur con enormi differenze, altre grandi competizioni tecnologiche della storia.

Quando una nuova tecnologia produce contemporaneamente ricchezza, prestigio e capacità militare, chiedere a un Paese di rallentarne unilateralmente lo sviluppo diventa estremamente difficile.

Reuters ha osservato proprio nei giorni scorsi come gli appelli a rallentare lo sviluppo dei sistemi più potenti si scontrino con una realtà geopolitica nella quale nessuna delle grandi potenze vuole correre il rischio di rimanere indietro.

Ed è qui che entra in gioco l’ONU.

Il presidente dell’81ª Assemblea Generale Khalilur Rahman ha ricordato il 10 settembre che gran parte dello sviluppo dell’AI è oggi concentrato in poche grandi aziende e Paesi e che molti Stati in via di sviluppo rimangono fuori dai principali processi decisionali sulla governance della tecnologia.

È un problema destinato a diventare sempre più importante.

Se l’intelligenza artificiale aumenterà enormemente la produttività delle economie che possiedono infrastrutture, dati, energia e capacità di calcolo, i Paesi che non dispongono di tali risorse rischiano di vedere ampliarsi il divario tecnologico.

L’AI potrebbe quindi contemporaneamente creare nuova ricchezza e nuove disuguaglianze geopolitiche.

E potrebbe cambiare persino il concetto di deterrenza.

Un sistema in grado di analizzare enormi quantità di dati satellitari, individuare vulnerabilità informatiche o assistere processi decisionali militari può diventare un moltiplicatore di capacità.

Da qui nasce un’altra domanda fondamentale: fino a quale punto le decisioni critiche dovranno rimanere sotto controllo umano?

Non è fantascienza.

È ormai materia diplomatica.

Il Consiglio di Sicurezza aveva già affrontato formalmente l’intelligenza artificiale nel 2023. La nuova riunione del 2026 mostra però quanto il tema sia cresciuto in appena tre anni.

Per decenni, quando si parlava di sicurezza mondiale, l’immaginario correva immediatamente a testate nucleari, portaerei e missili balistici.

Nel prossimo futuro potrebbe essere necessario aggiungere un altro elemento.

Gli algoritmi.

Ed è forse proprio questa l’immagine più significativa della settimana di New York: il capo di una società tecnologica chiamato davanti al principale organismo mondiale dedicato alla sicurezza.

Non per parlare di smartphone.

Non per parlare di pubblicità.

Ma per discutere di come una tecnologia sviluppata da aziende private possa incidere sull’equilibrio tra gli Stati e, potenzialmente, sulla sicurezza dell’intera umanità.