(Tratto dal mio volume Il nuovo ordine mondiale. Idea per un Secondo Rinascimento italiano)
Le differenze tra Stati Uniti e Cina possono far intendere che tra le due potenze vi sia una separazione netta. Tuttavia, se ciò vale sul piano dell’antropologia filosofica (la concezione dell’uomo, della vita e del mondo), è fuorviante se lo si riferisce al piano della realtà economica, politica e sociale.

La Cina dipende dagli Stati Uniti e dall’Europa per il suo sviluppo economico. Ciò significa che l’Occidente può svilupparlo ma anche frenarlo applicando sanzioni ai suoi prodotti. Un esempio vale per tutti e riguarda Huawei.
Sebbene le restrizioni su specifici apparati di rete di questa società siano iniziate prima, il punto di svolta decisivo è avvenuto nel maggio 2019, quando il Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti ha inserito Huawei nella Entity List (che pone restrizioni agli Stati implicati in attività contro la sicurezza nazionale degli Stati Uniti). Il colpo mortale per la società di smartphone cinese arrivò nel 2020 con il divieto a TSMC (la fonderia taiwanese che produceva i chip su licenza e tecnologia degli Stati Uniti) di fabbricare i microprocessori Kirin progettati da Huawei, unitamente al blocco dell’ecosistema Google Android.
Questo provvedimento è stato come una condanna a morte per Huawei. Tuttavia, la sua reazione e quella dell’ecosistema industriale cinese sono state straordinarie, imprevedibili e di dimensioni imponenti. Huawei ha creato HarmonyOS NEXT, un sistema operativo privo di codice Android/Linux originario, basato su un microkernel originario. Inoltre, l’azienda ha sviluppato strumenti software interni (EDA) per la progettazione dei chip e software ERP per la gestione aziendale. Per bilanciare il blocco delle GPU Nvidia, Huawei ha accelerato la produzione dei chip della serie Ascend, diventati la spina dorsale dell’infrastruttura dell’intelligenza artificiale cinese.
La Cina e Huawei hanno compiuto un salto industriale senza precedenti storici per ampiezza e velocità, creando un ecosistema tecnologico parallelo e sovrano per garantire la propria sicurezza. Tuttavia, l’autonomia non è ancora sinonimo di autosufficienza assoluta o di superiorità all’avanguardia mondiale. È facile supporre, però, che il “sorpasso” vi sarà e in tempi brevi considerato il “miracolo” tecnologico fin qui fatto.
Lo sviluppo tecnologico della Cina è servito principalmente per difendersi dalle sanzioni degli Stati Uniti, come ha mostrato il caso Huawei. La Cina, tuttavia, è andata ben oltre cercando di liberarsi dell’energia fossile, per acquisire una totale indipendenza dal resto del mondo.
Il suo “tallone d’Achille, nel rifornimento energetico, è sempre stato lo Stretto di Malacca, che rappresenta un punto geografico strategico fondamentale per la Repubblica Popolare Cinese, poiché ne condiziona direttamente la sicurezza energetica, la crescita economica e le dinamiche geopolitiche.
Lo Stretto, lungo circa 800 chilometri e situato tra la penisola malese e l’isola di Sumatra, costituisce la via marina più breve tra l’Oceano Indiano e l’Oceano Pacifico. Circa l’80% del petrolio greggio e una quota rilevante del gas naturale liquefatto (GNL) importati dalla Cina provenienti dal Medio Oriente e dall’Africa devono attraversare questo snodo. Oltre il 60% del commercio marittimo cinese transita per lo Stretto di Malacca verso l’Europa, il Medio Oriente e l’Africa.
Nel 2003, l’allora presidente cinese Hu Jintao coniò la formula “Dilemma di Malacca” per descrivere la profonda vulnerabilità strategica del paese. Infatti, lo Stretto, nel suo punto più stretto (il canale di Philips) misura appena 2,7 chilometri di larghezza, è estremamente facile da pattugliare o bloccare. In caso di crisi internazionale o di conflitto (ad esempio attorno alla questione di Taiwan), una forza navale ostile (in particolare la Marina degli Stati Uniti o i suoi alleati regionali) potrebbe imporre un blocco navale, soffocando le forniture energetiche cinese nel giro di poche settimane.
Per superare questa dipendenza, Pechino ha sviluppato diverse strategie all’interno della Belt and Road Initiative (Nuova Via della Seta), come l’oleodotto e gasdotto Cina-Myanmar (che collega il porto di Kyaukpyu sul Golfo del Bengala direttamente con la provincia dello Yunnan, bypassando lo Stretto di Malacca) e il Corridoio Economico Cina-Pakistan (che collega il porto pakistano di Gwadar con la regione dello Xinjiang). La Marina militare cinese ha trasformato la propria flotta per operare in acque profonde e garantire la sicurezza delle linee di comunicazione marittime.
Queste soluzioni sono solo palliativi per rendere meno vincolante il Dilemma di Malacca, il quale, tuttavia, resta sempre una “spada di Damocle” sul paese del dragone. È proprio qui che la Cina inizia un’avventura tecnologica che cambierà la vita sul pianeta Terra: la produzione dell’energia, in sostituzione di quella fossile (petrolio e gas naturale).
Per produrre l’energia, la Cina usa un prodotto che si trova abbondantemente in natura: l’anidrite carbonica. Il procedimento, sviluppato dai ricercatori dell’Accademia Cinese delle Scienze, consiste in una reazione definita di “combustione inversa”, in cui l’anidrite carbonica (CO2) e l’idrogeno (H2) vengono ricombinati per sintetizzare idrocarburi liquidi ad alta densità energetica, esattamente come la nafta per aerei.
Le fasi del processo sono le seguenti. L’anidrite carbonica viene “catturata” direttamente dai fumi industriali ad alte emissioni (cementifici, acciaierie o centrali elettriche) o dall’aria tramite cattura diretta (DAC). L’idrogeno viene prodotto mediante elettrolisi dell’acqua, alimentata da energia rinnovabile (solare o eolica). CO2 e H2 vengono combinati usando un catalizzatore multifunzionale a base di ferro modificato con additivi come manganese, potassio e alluminio, che permette di spezzare i legami del CO2 e guidare l’allungamento delle catene di carbonio verso un intervallo molecolare specifico. La reazione avviene a circa 330° e a pressioni moderate. Il processo genera selettivamente olefine e idrocarburi a catena lunga compresi tra 8 e 16 atomi di carbonio. Questo intervallo di peso molecolare corrisponde esattamente alla composizione chimica del cherosene convenzionale per aerei.
Usando prodotti che si trovano in natura, il carbonio e l’idrogeno, i ricercatori cinesi hanno prodotto l’energia per far volare gli aerei senza far ricorso alla nafta tradizionale, con il vantaggio secondario di azzerare quasi del tutto le emissioni di gas serra nel ciclo della vita.
La produzione di questo carburante si trova in una fase di transizione tra la scala/pilota dimostrativa e i primi grandi impianti industriali. I principali poli tecnologici e produttivi legati a questo specifico processo sono a Zoucheng (Provincia dello Shandong), che ospita il primo impianto dimostrativo al mondo basato sul processo di idrogenazione diretta della CO2. Sviluppato dall’Istituto di Fisica e Chimica di Dalian dell’Accademia Cinese delle Scienze insieme a Zhuhai Futian Energy Technology, questo sito è il punto di riferimento in cui la tecnologia è stata validata sul campo.
La Cina sta concentrando la costruzione dei futuri complessi idrogeno-CO2 nelle regioni settentrionali ed orientali, ricche di parchi eolici e solari (per generare l’idrogeno verde via elettrolisi) e vicine ad acciaierie o cementifici da cui catturale il carbonio industriale.
Un’altra tecnologia per produrre energia in Cina consiste nell’accumulo e produzione di energia ad alta densità noto come LAES (Liquid Air Energy Storage) o stoccaggio criogenico. Il principio si basa sulla “termodinamica dei gas”: l’aria viene raffreddata fino a diventare liquida (a circa -195° C) nei momenti di surplus energetico e, quando serve elettricità, viene fatta “scongelare” ed espandere fino a 700 volte il suo volume liquido, azionando delle turbine.
L’aria liquida viene trasferita in serbatoi isolati a bassa pressione. Occupando circa 1/700° del volume dell’aria gassosa normale, consente di immagazzinare enormi quantità di energia in spazi ridotti senza bisogno di vincoli geologici.
Quando la rete elettrica richiede energia (per illuminare città, ospedali ecc.), l’aria liquida viene estratta dal serbatoio e pompata ad alta pressione (oltre 100 bar). Viene poi fatta riscaldare facendola passare attraverso scambiatori di calore. Passando da liquido a gas a una pressione elevatissima, l’aria si espande con forza violenta. Il flusso d’aria ad alta pressione aziona una o più turbine collegate a un generatore elettrico che immette l’energia nella rete. Un vantaggio è che può essere installato ovunque, a differenza dei bacini idroelettrici, e sfrutta componenti industriali già standardizzati nel settore dei gas tecnici.
In Cina, la produzione e lo stoccaggio di energia tramite aria liquida (LAES) si concentrano nelle regioni del Nord-Ovest ricche di risorse rinnovabili (solare ed eolico), dove la sovraccapacità elettrica viene convertita in liquido per evitare sprechi.
Il polo principale si trova a Golmud, nella Provincia di Qinghai (Deserto del Gobi), che ospita il più grande impianto al mondo di accumulo ad aria liquida, chiamato “Super Air Power Bank”. È realizzato dal China Green Development Investment Group (CGDI) insieme all’Istituto Tecnico di Fisica e Chimica dell’Accademia Cinese delle Scienze.
In Cina, se gli aerei volano con il carbonio e l’idrogeno, se le metropoli di notti si possono illuminare con l’aria liquida, allora come far navigare le navi senza il combustibile fossile? La risposta sbalorditiva della Cina è: con l’ammoniaca.
La propulsione navale ad ammoniaca (NH3) si basa su un sistema integrato dual-fuel (ammoniaca/diesel) sviluppato da colossi statali come COSCO Shipping, Dallian CRRC e China State Shipbuilding Corporation (CSSC). Poiché l’ammoniaca non brucia facilmente da sola e presenta un’elevata tossicità, la procedura richiede fasi specifiche di gestione, iniezione e sicurezza.
L’ammoniaca viene mantenuta allo stato liquido nei porti cinesi (es. Dilian) e trasferita a bordo tramite sistemi di bunkeraggio dedicati con linee sigillate. A bordo, l’ammoniaca liquida è stoccata in serbatoi pressurizzati e refrigerati di Tipo C. L’ammoniaca liquida viene inviata al sistema di alimentazione, dove viene stabilizzata in pressione e temperatura. Successivamente, viene iniettata a controllo elettronico multipoint nei cilindri del motore marino. Poiché l’ammoniaca ha un’elevata temperatura di autoaccensione e una velocità a fiamma lenta, non può avviarsi da sola. Il motore allora utilizza una piccola quantità di diesel come combustibile pilota (circa il 9-10%). Il diesel viene iniettato ad alta pressione per innescare la combustione. L’ammoniaca copre fino al 90-91 del fabbisogno energetico complessivo. La combustione dell’ammoniaca libera azoto (N_2) e acqua H_2), eliminando quasi del tutto il carbonio. I motori e le sale macchine sono dotati di un sistema di condutture a doppio strato, sensori ottici/chimici a rilevamento rapido per perdite di gas e valvole di blocco automatico.
Il primo rimorchiatore ad ammoniaca, entrato in funzione nel porto di Dalian, è dotato di un motore dual-fuel da 5.500 CV e ha completato con successo le prime operazioni di rifornimento di ammoniaca verde sul territorio cinese.
I cantieri cinesi (come Jiangnan Shipyard e CSSC) costruiscono navi portacontainer e gasiere di grande stazza predisposte con motori a due tempi WinGD per ammoniaca, pianificando la navigazione su rotte internazionali commerciali.
Se l’idrogeno è l’elemento fondamentale per produrre il carburante per aerei e l’aria liquida, allora è necessario averne enormi quantità. Cosa sta facendo la Cina per procurarselo? In Cina, la produzione di idrogeno si trova al centro di una profonda transizione: se da un lato la maggior parte dell’idrogeno proviene da fonti fossili (idrogeno grigio/marrone), la Cina detiene la più grande capacità mondiale di produzione di idrogeno verde ottenuto tramite elettrolisi dell’acqua alimentata da parchi solari ed eolici.
La Cina produce idrogeno seguendo due direttrici principali: 1. Elettrolisi dell’acqua (idrogeno verde in forte espansione) mediante cui l’acqua (H2O) viene scissa in idrogeno e ossigeno applicando corrente elettrica generata dai giganteschi parchi fotovoltaici ed eolici del Deserto del Gobi o delle regioni settentrionali (Mongolia Interna, Xinjiang, Qinghai). Questo è l’idrogeno impiegato nei processi innovativi di produzione del carburante per aerei e dell’ammoniaca navale. 2. Gassificazione del carbon fossile (idrogeno grigio) mediante cui l’idrogeno viene estratto attraverso la gassificazione del carbone ad alta temperatura. La Cina sta progressivamente trasformando questi impianti per convertire il carbonio in idrogeno blu.
Per la produzione di idrogeno verde, la Cina utilizza tre principali categorie di elettrolizzatori prodotti dai seguenti colossi industriali: Peric Hydrogen Technologies (leader storico e maggiore produttore di elettrolizzatori al mondo per capacità produttiva annua), Longi Hydrogen (costruttore gigante specializzato nell’integrazione fra fotovoltaico ed elettrolizzatori alcalini di grande stazza), Sungrow Power Supply (sviluppatore leader di sistemi integrati ottimizzati per convertire l’energia dei grandi parchi rinnovabili), Sany Hydrogen & Elion (grandi gruppi operanti nella produzione di elettrolizzatori per mega-progetti di decarbonizzazione e sintesi di carburanti verdi).
Queste straordinarie tecnologie, che hanno tutte le scopo di sostituire l’energia del petrolio e del gas naturale, sono unificate da sistemi di accumulo energetico di massa (Energy Storage Systems), che tendono a stabilizzare le variazioni climatiche. Infatti, il sole non brilla di notte e il vento non soffia sempre con la stessa intensità: per non sprecare l’energia prodotta durante i picchi dei giganteschi impianti eolici e fotovoltaici cinesi, occorrono impianti in grado di “imprigionare” e conservare l’energia verde per poi rilasciarla nella rete quando serve.
La Cina ha sviluppato e installato diverse famiglie di queste macchine, come quelle che seguono.
Centrali idroelettriche di pompaggio, che rappresentano i sistemi fisicamente più imponenti per “imprigionare” l’energia solare ed eolica diurna. Durante il giorno o quando c’è molto vento, l’energia in eccesso aziona potenti pompe che spingono l’acqua da un bacino idrico inferiore a uno superiore situato in montagna. Quando il sole tramonta o il vento cala, l’acqua viene fatta scendere azionando turbine elettriche. La centrale di Fengning (nella provincia di Hebei) è la più grande centrale di accumulo idroelettrico al mondo.
Batterie giganti su scala di rete. La Cina è il leader globale assoluto nella produzione di mega batterie chimiche di altissima capacità, collegate direttamente ai parchi solari dei deserti del Nord (Xinjiang e Gobi), che utilizzano principalmente batterie al litio-ferro-fosfato (LFP) o la nuova tecnologia alle batterie agli ioni di sodio, che non richiede litio né cobalto, riducendo drasticamente i costi. Funzionano accumulando gigawattora di energia prodotta dai pannelli solari nelle ore di punta e la erogano nelle ore serali.
Accumulo di aria liquida (LAES) e aria compressa (CAES), come è stato spiegato precedentemente.
Accumulo termico a sali fusi, che sono sistemi solari a concentrazione dove centinaia di specchi orientabili riflettono la luce del sole verso una torre centrale. Il calore del sole liquida una miscela di sali portandoli a oltre 500° C. Questo liquido bollente trattiene il calore per molte ore. Durante la notte, il calore dei sali genera vapore ad alta pressione per muovere turbine elettriche, producendo energia solare anche al buio pesto.
Idrogeno verde (vettori chimici). L’elettricità pulita prodotta da parchi eolici e solari isolati viene inviata a elettrolizzatori che scindono l’acqua, trasformando l’energia rinnovabile in idrogeno verde gassoso o liquido. Quest’ultimo viene poi immagazzinato in serbatoi o convertito in ammoniaca per essere trasportato e usato a mesi di distanza.
Mettendo insieme tutti questi elementi si ottiene qualcosa che l’umanità non ha mai avuto: con aria, acqua, elettricità si producono le fonti energetiche per far funzionare le civiltà dell’uomo.
Il passaggio della Cina verso un’economia incentrata sull’idrogeno e sulle rinnovabili non è una semplice sostituzione di carburanti, ma un cambio di paradigma industriale, geopolitico ed economico. Si tratta del passaggio da una dipendenza dalle risorse estratte dal sottosuolo a una supremazia basata sulla tecnologia di manifattura avanzata.
Nel vecchio modello fossile, la ricchezza energetica dipendeva dal possesso geologico dei giacimenti di petrolio o gas naturale. Con la transizione verso l’idrogeno verde, l’idrogeno e i suoi derivati (ammoniaca, e-SAF) sono il risultato finale di una catena industriale composta da pannelli fotovoltaici, turbine eoliche, elettrolizzatori e reattori chimici.
Controllando oltre l’80% della catena di fornitura globale degli elettrolizzatori alcalini e della componentistica solare, Pechino converte la sua capacità industriale non solo in indipendenza energetica, ma anche in leadership mondiale.
Politologi, economisti della transizione ed esperti di geopolitica energetica sostengono che la Cina, con l’energia derivante dall’idrogeno, sta creando nuove condizioni di vita futura per l’umanità.
Mentre il modello energetico del Novecento si basava sull’estrazione e sul consumo di risorse stoccate nel sottosuolo (idrocarburi), la visione a lungo termine dell’idrogeno e delle tecnologie pulite sposta l’energia verso una dimensione manifatturiera e generativa: l’energia non si “estrae” esaurendo il pianeta, ma si “fabbrica” e si ricicla ciclicamente catturando l’anidrite carbolica, scindendo l’acqua e producendo nafta e ammoniaca per far volare gli aerei e movimentare le navi.
La Cina tratta l’idrogeno verde come un bene pubblico strategico e industriale. È lo Stato che costruisce le mega-infrastrutture (corridoi di idrogenodotti, impianti di produzione nei deserti, flotta navale ad ammoniaca) a prescindere dal profitto finanziario immediato a breve termine. Abbassando drasticamente i costi degli elettrolizzatori attraverso la produzione di massa, Pechino mira a diventare il fornitore hardware primario per la decarbonizzazione del resto del mondo (specialmente nel Global South). Nella visione cinese, il controllo globale non si esercita controllando i giacimenti di petrolio o le rotte marittime, ma controllando i brevetti, le fabbriche di macchinari e le catene del valore della chimica verde.
Gli Stati Uniti, viceversa, approcciano la transizione e l’idrogeno attraverso un paradigma differente, radicato nella struttura della propria economia e nel proprio ruolo di superpotenza energetica. Negli Stati Uniti, la spinta all’idrogeno avviene prevalentemente attraverso il mercato e la leva fiscale. Il governo non costruisce direttamente le infrastrutture, ma incentiva le grandi aziende private (tra cui i colossi del settore Oil & Gas) a investire e a innovare.
La differenza struttura tra il modello cinese e quello statunitense nello sviluppo dell’idrogeno riflette due filosofie politico-economiche opposte: pianificazione industriale coordinata dallo Stato, da un lato, e incentivazione di mercato basata sull’iniziativa privata, dall’altro.
In Cina, l’idrogeno è considerato un settore strategico nazionale d’interesse pubblico e industriale. L’intero ecosistema viene indirizzato direttamente dagli organi centrali di pianificazione (come la Commissione Nazionale per lo Sviluppo e le Riforme). Il braccio operativo dello Stato è rappresentato dai colossi petroliferi e chimici statali (come Sinopec, CNPC o CHN Energy). L’Accademia, le università e gli Istituti di ricerca collaborano alla pianificazione dello Stato con la ricerca avanzata.
Lo Stato decide la roadmap pluriennale, assegna quote di produzione alle province e finanzia direttamente le infrastrutture critiche (idrogenotti, stazioni di rifornimento, pipeline). L’obiettivo prioritario è quello di costruire una catena di fornitura completa in patria per abbattere i costi dell’hardware (elettrolizzatori, reattori) attraverso volumi di produzione enormi, dominando il mercato manifatturiero mondiale.
Negli Stati Uniti, lo Stato non agisce come costruttore diretto o proprietario degli impianti, ma assume il ruolo di regolatore e catalizzatore del capitale privato. L’innovazione, la costruzione e la gestione degli impianti sono interamente affidate al settore privato. L’obiettivo è quello di creare condizioni di parità economica in cui l’idrogeno pulito diventi conveniente sul mercato rispetto ai combustibili fossili, lasciando alla concorrenza tra privati la scelta delle tecnologie più efficienti.
Stabilire quale dei due modelli abbia maggiori possibilità di successo dipende da come si definisce il “successo”: se come “velocità di scala e dominio manifatturiero” (dove prevale la Cina) o come “innovazione tecnologica ed efficienza di mercato” (dove prevalgono gli Stati Uniti). Io ritengo che, proprio a causa della crisi dell’economia di mercato e della decadenza dell’impero americano, a prevalere sarà il modello cinese, che è l’unico che può dare pace, benessere e felicità all’umanità.
I due imperi si stanno fronteggiando. Con la guerra all’Iran, si stanno misurando. Si intravede il rischio di una guerra totale e si ascoltano le fibrillazioni vocali di Trump come se fosse un oracolo. Ma si sta guardando nella direzione sbagliata. Ciò che Trump farà non dipende da lui, ma dal potere sionista che lo controlla.
