Everest, assalto alla vetta: 274 alpinisti in cima in un solo giorno

Record storico sul tetto del mondo, ma il nuovo primato riaccende le polemiche sul sovraffollamento nella “zona della morte”

Per alcune ore, lassù dove l’aria si assottiglia fino quasi a sparire e il cielo sembra più vicino della terra, l’Everest è diventato una lunga fila umana sospesa tra ghiaccio, vento e sopravvivenza. Duecentosettantaquattro alpinisti hanno raggiunto la vetta più alta del pianeta in meno di ventiquattro ore, stabilendo un nuovo record assoluto sul versante nepalese della montagna simbolo dell’alpinismo mondiale.

A 8.849 metri di quota, sul confine sottile tra impresa e limite umano, il Monte Everest ha vissuto una delle giornate più affollate della sua storia recente. Il precedente primato, registrato il 22 maggio 2019 con 223 ascensioni in un solo giorno, è stato superato da una vera e propria “ondata” di spedizioni che hanno approfittato di una rarissima finestra di bel tempo dopo settimane di attesa forzata nei campi base.

Le immagini diffuse dagli alpinisti mostrano corde fisse cariche di persone, file ordinate ma lentissime lungo i passaggi più stretti e una processione continua verso il tetto del mondo. Scene che, ancora una volta, alimentano il dibattito sul futuro dell’alpinismo himalayano e sul rischio crescente di trasformare l’Everest in una montagna congestionata dal turismo estremo.

L’assalto alla vetta è avvenuto dal versante meridionale del Nepal, oggi l’unica grande porta realmente accessibile alle spedizioni internazionali dopo la decisione delle autorità cinesi di mantenere chiusa agli stranieri la via tibetana sul versante nord. Una scelta che ha inevitabilmente concentrato centinaia di alpinisti sulla stessa rotta, aumentando pressione logistica e rischi.

Per giorni le squadre erano rimaste bloccate nei campi avanzati a causa del maltempo e di un enorme seracco instabile sospeso lungo il percorso principale. Poi, improvvisamente, il vento si è placato. Una breve tregua atmosferica ha aperto il corridoio verso la cima e l’intera montagna si è messa in movimento quasi contemporaneamente.

Il risultato è stato un gigantesco “effetto imbuto” nella cosiddetta “zona della morte”, l’area oltre gli ottomila metri dove il corpo umano comincia lentamente a spegnersi per la carenza estrema di ossigeno. È qui che ogni rallentamento può diventare fatale. Qui che le bombole si consumano rapidamente. Qui che il traffico umano si trasforma in un rischio concreto.

La maggior parte degli alpinisti ha affrontato la salita utilizzando ossigeno supplementare e affidandosi all’assistenza degli sherpa nepalesi, figure indispensabili dell’alpinismo himalayano contemporaneo. Ma tra le centinaia di ascensioni spiccano anche imprese individuali che hanno riportato al centro la dimensione più estrema della montagna.

L’ecuadoriano Marcelo Segovia ha raggiunto la vetta senza bombole d’ossigeno e in solitaria, affrontando gli ultimi metri nel silenzio rarefatto dell’alta quota con il solo supporto delle proprie capacità fisiche e mentali. Un’impresa che, nel contesto di un Everest sempre più “commerciale”, appare quasi come il richiamo a un alpinismo antico, essenziale, radicale.

Eppure, come spesso accade sull’Everest, i veri protagonisti restano gli sherpa.

Tra loro c’è ancora una volta Kami Rita Sherpa, leggenda vivente della montagna himalayana. A 56 anni ha raggiunto la vetta dell’Everest per la trentaduesima volta, battendo il suo stesso record mondiale di ascensioni assolute. Un numero che sembra appartenere più al mito che alla realtà e che racconta meglio di qualsiasi statistica il rapporto quasi ancestrale tra il popolo sherpa e la montagna.

Alle sue spalle continua la rincorsa di Pasang Dawa Sherpa, arrivato a trenta ascese complessive nella stessa settimana, mentre Lakpa Sherpa ha consolidato il proprio primato femminile mondiale conquistando la cima per l’undicesima volta.

Numeri straordinari che convivono però con interrogativi sempre più urgenti.

Da anni molti esperti di alpinismo criticano il governo del Nepal per l’assenza di limiti rigidi nella concessione dei permessi di scalata. Per la stagione primaverile 2026 il Dipartimento del Turismo ha rilasciato 494 autorizzazioni, ciascuna venduta a 15.000 dollari. A questi numeri bisogna aggiungere guide, sherpa, tecnici e personale di supporto, moltiplicando ulteriormente la presenza umana sulla montagna.

L’Everest rappresenta infatti una risorsa economica fondamentale per il Nepal. Le spedizioni internazionali generano milioni di dollari ogni anno e garantiscono lavoro a migliaia di persone tra Kathmandu e le regioni himalayane. Ridurre drasticamente i permessi significherebbe rinunciare a una parte importante dell’economia turistica nazionale.

Ma il prezzo di questo equilibrio economico si misura spesso in termini di sicurezza.

Le lunghe code nei pressi della vetta sono diventate uno dei simboli più controversi dell’alpinismo contemporaneo. In un ambiente dove ogni minuto trascorso oltre gli ottomila metri aumenta il rischio di edema cerebrale, congelamenti o esaurimento dell’ossigeno, anche un semplice rallentamento può avere conseguenze drammatiche.

Negli ultimi anni, diverse tragedie sull’Everest sono state collegate proprio agli ingorghi umani lungo la cresta finale. Alpinisti costretti ad attendere il proprio turno nel gelo estremo, immobili per minuti interminabili mentre le energie si consumano rapidamente.

Eppure, nonostante le polemiche, il fascino dell’Everest continua a crescere.

La montagna più alta del pianeta resta un simbolo assoluto, un luogo che continua ad attrarre professionisti esperti, facoltosi amatori e sognatori provenienti da tutto il mondo. Per molti rappresenta il limite definitivo, il punto in cui misurarsi con la propria resistenza fisica e mentale. Per altri, sempre più numerosi, è anche un’esperienza da acquistare attraverso spedizioni commerciali altamente organizzate.

Negli ultimi vent’anni l’alpinismo himalayano è cambiato profondamente. Le tecnologie moderne, le previsioni meteo satellitari, l’uso diffuso dell’ossigeno supplementare e il supporto logistico delle agenzie specializzate hanno reso l’Everest più accessibile rispetto al passato. Ma questa democratizzazione della montagna ha avuto anche un prezzo: l’affollamento crescente e la perdita di quella dimensione estrema e solitaria che per decenni aveva definito il mito dell’alta quota.

Oggi, sulla cima del mondo convivono due immagini opposte. Da una parte la straordinaria capacità umana di spingersi oltre ogni limite fisico. Dall’altra la fragilità di un ecosistema montano sempre più esposto alla pressione del turismo globale.

E forse è proprio questo il paradosso dell’Everest contemporaneo: essere ancora il simbolo assoluto dell’avventura, pur assomigliando sempre più a un luogo dove anche il silenzio dell’alta quota deve fare i conti con il traffico umano.

Mentre i certificati ufficiali di vetta attendono ancora la verifica finale del Dipartimento del Turismo nepalese, resta l’immagine potente di quella lunga fila di uomini e donne sospesi sopra le nuvole, in equilibrio tra ambizione, paura e desiderio di infinito.

Perché sull’Everest, ancora oggi, non si sale soltanto per conquistare una cima. Si sale per inseguire qualcosa che assomiglia all’idea stessa del limite umano.

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