Don Mazzi, aperta la camera ardente a Exodus

Aperta la camera ardente per don Mazzi nella sede di Exodus al Parco Lambro, allestita nella mensa dove il sacerdote pranzava ogni giorno con i ragazzi della comunità.

La camera ardente per don Mazzi ha aperto questa mattina le sue porte nella sede della Fondazione Exodus al Parco Lambro di Milano, trasformando uno dei luoghi più significativi della comunità in uno spazio di raccoglimento, memoria e gratitudine. Non una sala istituzionale, ma la mensa dove ogni giorno don Antonio Mazzi condivideva il pranzo con i ragazzi accolti dalla fondazione da lui stesso creata. Una scelta che racconta, forse più di ogni altra, il senso della sua esistenza: vivere accanto agli ultimi, senza distanze, facendo della quotidianità uno strumento educativo.

Il sacerdote, fondatore della Comunità Exodus, è scomparso ieri all’età di 96 anni, lasciando un’eredità umana, sociale e spirituale che ha segnato profondamente Milano e l’intero Paese. Fin dalle prime ore dell’apertura della camera ardente, amici, collaboratori, istituzioni e semplici cittadini hanno iniziato ad arrivare per rendergli omaggio.

La mensa trasformata in luogo della memoria

La decisione di allestire la camera ardente proprio nella mensa della struttura assume un valore altamente simbolico. È lo spazio in cui don Mazzi trascorreva parte della giornata insieme ai giovani della comunità, condividendo non solo il cibo, ma dialoghi, consigli, sorrisi e momenti di confronto.

Accanto al feretro sono stati collocati alcuni oggetti profondamente legati alla sua storia personale. Tra questi spiccano i suoi sandali, simbolo di un cammino vissuto sempre accanto alle persone più fragili, e una Bibbia ricevuta in dono da un caro amico, lasciata aperta sul passo della Pentecoste, richiamo alla speranza, alla rinascita e alla forza dello Spirito.

Ogni dettaglio dell’allestimento racconta la semplicità con cui il sacerdote ha scelto di vivere la propria missione, lontano dalla ricerca di riconoscimenti e sempre vicino alle persone che avevano bisogno di una seconda possibilità.

Il cordoglio delle istituzioni

All’apertura della camera ardente erano presenti, tra gli altri, l’assessore alle Opere pubbliche del Comune di Milano, Marco Granelli, e il vicepresidente della Fondazione Exodus, Franco Taverna.

Marco Granelli ha ricordato la figura del sacerdote sottolineando quanto il suo contributo abbia inciso profondamente sulla città.

“Per tutte le istituzioni è un momento triste di perdita di un uomo che ha fatto tantissime cose, che ha cambiato e ha avuto un’energia enorme.”

L’assessore ha poi richiamato le ultime parole contenute nell’ultimo libro di don Mazzi, “Speranza e sfide”, individuandole come la sintesi più autentica della sua vita.

“Queste due parole dicono bene la sua storia e ci lasciano un grande messaggio per l’oggi e per il futuro.”

Secondo Granelli, don Mazzi è stato uno degli uomini che hanno saputo interpretare le trasformazioni sociali di Milano, offrendo risposte concrete alle difficoltà dei giovani e contribuendo a costruire un modello educativo fondato sull’ascolto, sulla responsabilità e sulla fiducia.

“È stato un uomo che ha fatto grande Milano, che ha saputo rispondere ai giovani di questa città e alle sue sfide. Ci saranno tutti i modi per ricordarlo e per fare in modo che il suo nome e la sua storia aiutino a orientare le scelte di ogni giorno”, ha aggiunto.

Il futuro di Exodus dopo il suo fondatore

Il tema del futuro della Fondazione Exodus è inevitabilmente emerso nelle dichiarazioni di Franco Taverna, vicepresidente della comunità.

Per chi ha lavorato al fianco di don Mazzi, il momento rappresenta una prova importante, ma non inattesa.

“Il dopo don Mazzi è una scommessa. D’altra parte era già una scommessa all’inizio”, ha osservato Taverna, spiegando che la recente modifica dello statuto consentirà alla fondazione di proseguire il proprio cammino con una struttura “multipla e policentrica”, mantenendo però intatti i valori che ne hanno guidato la crescita.

L’obiettivo rimane quello di continuare l’opera educativa iniziata oltre quarant’anni fa, adattandola alle nuove esigenze sociali senza tradire lo spirito originario della comunità.

“Ogni ragazzo può cambiare”: il messaggio che resta

Tra le testimonianze più intense vi è quella di Luigi Maccaro, responsabile della Fondazione Exodus di Cassina, che ha raccontato come educatori e ragazzi abbiano affrontato insieme le ultime settimane della vita del sacerdote.

“Eravamo abbastanza preparati. Nelle ultime settimane sia come educatori sia come ragazzi nelle comunità ci siamo riuniti per imparare a fare pace con la sua assenza.”

Parole che restituiscono l’immagine di una comunità consapevole dell’imminente distacco ma pronta a trasformare il dolore in continuità.

Maccaro ha quindi ricordato quello che considera il più grande insegnamento lasciato da don Antonio Mazzi.

“Siamo convinti che don Antonio continuerà a camminare con noi. La certezza che ci lascia è che ogni ragazzo può cambiare, anche chi ha combinato le cose peggiori.”

Una frase che racchiude l’intera filosofia educativa di Exodus: nessuna persona è definita per sempre dai propri errori, perché ogni vita può ritrovare una direzione attraverso l’accoglienza, la responsabilità e la fiducia.

Fiori e affetto da tutta Italia

Numerosi i messaggi di vicinanza giunti fin dalle prime ore alla sede della fondazione.

Tra gli omaggi floreali già deposti accanto al feretro figurano quelli inviati dal cantante Albano Carrisi e dalla Nazionale Italiana Magistrati, da tempo vicina alle attività della Fondazione Exodus.

Si tratta di attestazioni di affetto che testimoniano quanto ampia fosse la rete di relazioni costruita da don Mazzi nel corso della sua lunga attività pastorale e sociale, capace di coinvolgere istituzioni, mondo dello spettacolo, magistratura e volontariato in un comune impegno verso i giovani più fragili.

L’eredità di don Mazzi continua nella sua comunità

La camera ardente per don Mazzi non rappresenta soltanto il momento dell’ultimo saluto a un sacerdote che ha dedicato l’intera vita agli ultimi. È anche il simbolo di un’eredità destinata a proseguire attraverso le persone che hanno condiviso il suo cammino.

La scelta della mensa come luogo del commiato restituisce l’immagine autentica di un uomo che ha fatto della vicinanza quotidiana il proprio stile educativo e umano. È lì, tra quei tavoli dove ogni giorno incontrava i ragazzi di Exodus, che oggi si concentra il ricordo di una figura destinata a lasciare un segno profondo nella storia sociale di Milano e dell’Italia. Il messaggio che continua a risuonare è quello che ha guidato tutta la sua missione: nessuno è irrecuperabile e ogni persona merita sempre una nuova possibilità.