MAR ROSSO, L’ITALIA GUARDA A BAB EL-MANDEB: LA MARINA E LA DIFESA DELLE ROTTE COMMERCIALI

Il Governo prepara una possibile missione navale per proteggere il traffico mercantile italiano. Dietro la scelta c’è una questione strategica enorme: Bab el-Mandeb è una delle strettoie attraverso cui passa una parte essenziale dei commerci tra Asia, Medio Oriente ed Europa.

Esistono luoghi sulla carta geografica apparentemente lontanissimi dall’Italia che possono incidere direttamente sul prezzo di un prodotto venduto a Milano, sulla puntualità di una consegna a Genova o sul costo sostenuto da un’impresa dell’Emilia-Romagna.

Uno di questi luoghi è Bab el-Mandeb.

Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, durante l’audizione nelle Commissioni Esteri e Difesa alla Camera sul Vertice Nato di Ankara, Roma, 22 luglio 2026. ANSA/RICCARDO ANTIMIANI

Lo stretto che separa la penisola arabica dal Corno d’Africa rappresenta l’accesso meridionale al Mar Rosso e, attraverso il Canale di Suez, collega una delle principali direttrici commerciali tra Oceano Indiano, Mediterraneo ed Europa.

È proprio qui che l’Italia sta concentrando crescente attenzione.

Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha annunciato che Roma sta preparando una missione della Marina destinata alla protezione del naviglio mercantile italiano in risposta all’aumento dei rischi nell’area. Reuters riferisce che il ministro ha sottolineato la necessità di intervenire rapidamente per impedire che l’insicurezza marittima si trasformi in ritardi nelle forniture, aumento dei costi e conseguenze economiche per imprese e cittadini. I dettagli operativi della possibile missione non erano ancora stati definiti pubblicamente.

Il problema va ben oltre la dimensione militare.

Bab el-Mandeb è uno dei cosiddetti chokepoint, le strettoie geografiche attraverso cui transita una parte significativa dei flussi commerciali ed energetici mondiali.

Quando una grande nave portacontainer proveniente dall’Asia attraversa l’Oceano Indiano e intende raggiungere rapidamente il Mediterraneo, il percorso naturale passa dal Mar Rosso e dal Canale di Suez.

Se quella rotta diventa troppo pericolosa, l’alternativa può essere la circumnavigazione dell’Africa attraverso il Capo di Buona Speranza.

Significa però aggiungere migliaia di chilometri di navigazione.

Più giorni in mare significano più carburante, più ore di equipaggio, maggiore immobilizzazione della nave e del carico, tempi di consegna più lunghi e maggiori costi assicurativi.

Alla fine della catena una parte di questi costi può essere trasferita sul prezzo delle merci.

L’Italia, per la propria posizione geografica nel Mediterraneo e per la struttura della sua economia manifatturiera, ha quindi un interesse diretto alla libertà delle rotte marittime.

Porti come Genova, Trieste, Gioia Tauro, La Spezia o Livorno non sono soltanto infrastrutture territoriali. Sono terminali di catene logistiche mondiali.

Ed è precisamente per questo che la sicurezza marittima è diventata progressivamente una questione economica nazionale.

Il Mar Rosso lo aveva già dimostrato negli anni precedenti, quando gli attacchi degli Houthi avevano spinto numerosi operatori del trasporto marittimo a modificare le proprie rotte, aumentando tempi e costi di navigazione. Reuters aveva documentato come gli attacchi nell’area avessero determinato deviazioni verso il Capo di Buona Speranza e ripercussioni sulle catene commerciali internazionali.

Nel 2026 lo scenario assume però una dimensione ancora più delicata.

Le tensioni regionali si inseriscono infatti in un mercato energetico già sottoposto a pressioni significative. Il petrolio si mantiene sopra i 100 dollari al barile e l’Europa affronta contemporaneamente il problema degli stoccaggi di gas.

A questo si aggiunge un’altra vulnerabilità spesso meno visibile: quella delle infrastrutture sottomarine.

Crosetto ha richiamato anche l’importanza dei cavi e dei collegamenti energetici che attraversano le aree marittime strategiche.

Il mondo digitale che percepiamo come immateriale dipende infatti da infrastrutture estremamente fisiche.

Una quantità enorme di dati internazionali transita attraverso cavi sottomarini in fibra ottica. Proteggere il mare significa quindi proteggere contemporaneamente navi, energia e informazioni.

È una trasformazione importante anche nel concetto stesso di difesa.

La Marina militare del XXI secolo non è chiamata esclusivamente a fronteggiare una flotta avversaria. Può essere chiamata a garantire la sicurezza di rotte commerciali, cavi, infrastrutture energetiche e traffico mercantile.

In altre parole, a difendere quella rete logistica invisibile che consente all’economia quotidiana di funzionare.

Per l’Italia Bab el-Mandeb dista migliaia di chilometri.

Economicamente, però, è molto più vicino di quanto sembri.

Ed è proprio questa la lezione che le crisi degli ultimi anni stanno rendendo sempre più evidente: in un’economia globale la sicurezza di uno stretto lontano può diventare rapidamente una questione nazionale.

Simone GiglioSimone BoscatiModifica profilo