IL FUMO DEGLI INCENDI POTREBBE ESSERE PIÙ PERICOLOSO DELLO SMOG TRADIZIONALE

Due grandi studi suggeriscono che non conta soltanto quanto particolato respiriamo, ma anche da dove proviene

Per anni la qualità dell’aria è stata raccontata soprattutto attraverso un numero: la concentrazione di particolato fine PM2.5. Due nuovi studi coordinati dalla Icahn School of Medicine at Mount Sinai introducono però una distinzione importante: un microgrammo di particolato non è necessariamente uguale a un altro.

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Secondo le nuove ricerche, il PM2.5 prodotto dagli incendi boschivi è stato associato a rischi maggiori di ospedalizzazione per patologie cardiovascolari e respiratorie rispetto al particolato proveniente da altre fonti. Un secondo studio ha inoltre osservato risultati peggiori in termini di sopravvivenza fra pazienti affetti da tumore ai polmoni esposti al fumo degli incendi. Le ricerche sono state pubblicate rispettivamente su Nature Communications e The Lancet Oncology.

Le PM2.5 sono particelle così piccole da penetrare profondamente nelle vie respiratorie e, in alcuni casi, entrare nel circolo sanguigno. Ma un incendio non produce semplicemente “polvere”: la combustione di vegetazione, edifici, plastiche, automobili e materiali industriali può creare miscele chimiche complesse.

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È proprio questa composizione a rendere sempre più importante capire la fonte dell’inquinamento e non soltanto la quantità complessiva misurata dalle centraline.

La questione riguarda anche l’Europa. Il fumo prodotto da vasti incendi può viaggiare per centinaia o migliaia di chilometri e interessare territori molto lontani dalle fiamme. Eventi che un tempo venivano percepiti principalmente come emergenze locali possono trasformarsi quindi in problemi sanitari su scala regionale o continentale.

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Cambia anche il concetto stesso di prevenzione. Controllare la qualità dell’aria durante un incendio potrebbe diventare importante non soltanto nelle zone direttamente colpite, ma lungo l’intera traiettoria delle masse d’aria contaminate.

Ed è forse questo il dato più interessante delle nuove ricerche: quando parliamo di inquinamento atmosferico non basta chiedersi quanto stiamo respirando. Diventa sempre più importante domandarsi che cosa stiamo respirando.