Addio a Sandro Mazzola, il calcio italiano perde un pezzo della sua storia

È morto a 83 anni il simbolo della Grande Inter e uno dei volti più amati della Nazionale. Figlio di Valentino, trasformò un’eredità quasi impossibile da sostenere in una storia personale irripetibile: una sola maglia, 565 presenze con l’Inter, l’Europa conquistata e una classe rimasta nell’immaginario collettivo.

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Il calcio italiano perde uno dei suoi nomi più grandi. Sandro Mazzola è morto all’età di 83 anni, nella notte tra il 18 e il 19 settembre 2026, dopo una lunga malattia. A dare l’annuncio è stata l’Inter, la squadra alla quale aveva legato praticamente tutta la propria esistenza sportiva. La FIGC ha disposto un minuto di raccoglimento in tutte le competizioni del fine settimana e le bandiere sono state poste a mezz’asta nella sede federale di Roma e a Coverciano. 

Ci sono campioni che appartengono a una squadra e altri che, pur restando indissolubilmente legati a determinati colori, finiscono per diventare patrimonio di tutto il calcio. Sandro Mazzola apparteneva alla seconda categoria. Per gli interisti era una bandiera; per gli appassionati italiani rappresentava un’epoca in cui il numero 10 era fantasia, tecnica, intelligenza e capacità di assumersi responsabilità.

Eppure la sua storia era cominciata sotto il peso di un cognome enorme.

Sandro era il figlio di Valentino Mazzola, capitano e simbolo del Grande Torino, scomparso il 4 maggio 1949 nella tragedia di Superga. Aveva poco più di sei anni quando perse il padre. Avrebbe potuto vivere calcisticamente nell’ombra di quella leggenda. Scelse invece, con il talento e con il carattere, di costruirne un’altra.

Dalla tragedia di Superga alla Grande Inter

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Entrato giovanissimo nel mondo nerazzurro, Mazzola avrebbe trascorso con l’Inter l’intera carriera da calciatore, dal 1961 al 1977. Una scelta che oggi sembra appartenere quasi a un altro sport: una maglia, un club, diciassette stagioni e una vita intera dentro gli stessi colori.

La sua Inter era quella di Helenio Herrera e Angelo Moratti, di Giacinto Facchetti, Luis Suárez, Armando Picchi, Mario Corso, Jair, Tarcisio Burgnich. Nomi che ancora oggi, pronunciati uno dopo l’altro, sembrano la formazione di una squadra costruita per entrare nella leggenda.

E Mazzola di quella squadra non era semplicemente uno dei componenti. Era uno dei simboli.

Con la maglia nerazzurra conquistò quattro Scudetti, due Coppe dei Campioni e due Coppe Intercontinentali. Nella finale della Coppa dei Campioni del 1964 contro il Real Madrid segnò due volte nel 3-1 che consegnò all’Inter la prima Coppa dei Campioni della sua storia. Secondo i dati ufficiali del club, chiuse la sua avventura interista con 565 presenze ufficiali e 161 gol, numeri che ancora oggi lo collocano tra i più grandi marcatori della storia nerazzurra. 

Nel 1965 fu anche capocannoniere della Serie A con 17 reti. Nel 1971 arrivò secondo nella classifica del Pallone d’Oro, alle spalle di Johan Cruyff: un’altra fotografia della dimensione internazionale raggiunta dal talento italiano. 

Mazzola e Rivera: quando l’Italia aveva due numeri 10

Ma raccontare Sandro Mazzola significa inevitabilmente raccontare anche la Nazionale italiana.

In azzurro collezionò 70 presenze e 22 reti, conquistando il Campionato Europeo del 1968 e raggiungendo la finale del Mondiale di Messico 1970. 

Proprio quel Mondiale consegnò alla storia una delle discussioni calcistiche più famose di sempre: la celebre “staffetta” tra Sandro Mazzola e Gianni Rivera. Due campioni straordinari, due modi differenti di interpretare il calcio, considerati difficilmente utilizzabili insieme dalla Nazionale dell’epoca.

Era un’Italia che poteva permettersi il lusso — e forse il problema — di possedere contemporaneamente due fuoriclasse di quella dimensione.

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Mazzola era accelerazione, inserimento, lettura degli spazi, tecnica e concretezza. Non aveva bisogno di rendere complicato ciò che poteva fare con naturalezza. Dietro quei baffi diventati quasi un marchio c’era un calciatore capace di capire l’azione prima che si sviluppasse.

Molto più di un ex calciatore

Quando lasciò il campo nel 1977, Mazzola non scomparve dal calcio. Ricoprì incarichi dirigenziali e diventò successivamente uno dei volti e delle voci più riconoscibili del racconto televisivo italiano.

Intere generazioni che non lo avevano visto giocare impararono così a conoscerlo attraverso la televisione. Il campione della Grande Inter diventò commentatore, opinionista e memoria vivente di un calcio lontano, raccontato senza perdere curiosità verso quello contemporaneo.

Anche questo ha contribuito a rendere Mazzola qualcosa di diverso da un semplice protagonista del passato.

Il presidente dell’Inter Giuseppe Marotta lo ha ricordato sottolineando come Sandro avesse incarnato il club: entrato ragazzo, vi era rimasto per sempre, attraversando diciassette stagioni e contribuendo a costruire la Grande Inter. Javier Zanetti lo ha definito una guida, un esempio di classe dentro e fuori dal campo. 

Il figlio di Valentino che diventò semplicemente Sandro

Forse è proprio qui la grandezza definitiva della sua storia.

Per tutta la vita Sandro Mazzola ha portato un cognome che nel calcio italiano significava già leggenda. Valentino Mazzola era il capitano del Grande Torino. Sandro riuscì nell’impresa rarissima di non diventare semplicemente “il figlio di”.

Costruì una propria identità.

Un proprio calcio.

Una propria leggenda.

Dal Grande Torino del padre alla Grande Inter del figlio corre un filo che attraversa alcune delle pagine più importanti dello sport italiano del Novecento. Due epoche, due squadre irripetibili, due uomini appartenenti alla stessa famiglia.

L’Inter lo ha salutato ricordandolo prima di tutto come l’uomo che desiderava essere considerato: una brava persona, capace di continuare a giocarsela anche quando vincere sembrava impossibile. 

Ed è forse l’immagine più bella con cui congedarsi.

Non soltanto trofei, gol e fotografie in bianco e nero. Non soltanto San Siro, la Coppa dei Campioni o la maglia azzurra.

Ma un uomo che ha attraversato oltre sessant’anni di storia del calcio senza mai perdere completamente il legame con quel bambino rimasto troppo presto senza suo padre e accolto, poi, da un’altra famiglia chiamata Inter.

Sandro Mazzola se ne va a 83 anni. La storia, invece, rimane.

I funerali sono in programma lunedì 21 settembre alle ore 14.45 nella Basilica di Sant’Ambrogio a Milano

JTV Magazine si unisce al cordoglio del mondo dello sport e rende omaggio a uno dei simboli più autentici e riconoscibili del calcio italiano.