L’esperimento che potrebbe restituirci opere perdute da quasi duemila anni
Sembra un paradosso: per capire come leggere alcuni dei libri antichi più fragili del mondo, gli scienziati hanno costruito dei nuovi rotoli di papiro e poi li hanno deliberatamente carbonizzati.
È accaduto all’Università della California, Berkeley, dove un gruppo di ricercatori ha riprodotto artificialmente ciò che il Vesuvio fece nel 79 d.C. ai celebri papiri di Ercolano. I rotoli originali furono investiti dagli effetti dell’eruzione e trasformati in fragilissimi cilindri carbonizzati. Tentare di aprirli fisicamente significa rischiare di distruggerli.
I ricercatori hanno quindi procurato papiro, penne di canna e inchiostri, realizzando rotoli sperimentali poi carbonizzati in una fornace con poco ossigeno. Alcuni contenevano inchiostro arricchito con piccolissime quantità di piombo.
Ed è qui che arriva la scoperta più promettente.
Durante le scansioni a raggi X, il piombo assorbe la radiazione molto più intensamente rispetto al papiro carbonizzato. Se alcuni dei documenti originali di Ercolano contenessero metalli nell’inchiostro, le lettere potrebbero emergere nelle scansioni con un contrasto enormemente superiore rispetto agli inchiostri tradizionali a base di carbonio.
Un semplice scanner portatile a fluorescenza X potrebbe inoltre essere utilizzato per selezionare i papiri che presentano tracce metalliche, individuando quelli più promettenti prima delle analisi tomografiche più sofisticate.
Il potenziale storico è enorme. La Villa dei Papiri di Ercolano custodiva l’unica biblioteca dell’antichità classica sopravvissuta sostanzialmente fino all’epoca moderna. Molti dei testi finora identificati sono opere filosofiche, comprese opere di Filodemo, ma non sappiamo cosa possano contenere centinaia di rotoli ancora chiusi.
Negli ultimi anni scansioni tridimensionali, algoritmi e tecniche di “srotolamento virtuale” hanno già permesso di leggere porzioni sempre maggiori dei documenti senza aprirli materialmente.
Potremmo trovarci davanti a uno dei casi più straordinari di collaborazione tra archeologia e tecnologia: utilizzare strumenti del XXI secolo per ascoltare nuovamente persone che hanno scritto duemila anni fa.
