Il divieto social agli under 15 viene censurato dal Consiglio costituzionale francese. Macron chiede una nuova legge entro la primavera 2027.
PARIGI – La tutela dei minori nell’universo digitale resta una priorità politica, ma non può tradursi in una compressione indiscriminata delle libertà fondamentali. È su questo delicato confine che il divieto social agli under 15 voluto in Francia da Emmanuel Macron si è fermato davanti al Consiglio costituzionale. I “Saggi” hanno censurato il cuore della legge approvata dal Parlamento, giudicando eccessivamente ampia la limitazione imposta alla libertà di espressione e comunicazione dei minorenni.

La decisione, resa il 14 agosto, rappresenta una significativa battuta d’arresto per l’Eliseo. Non soltanto perché il provvedimento avrebbe dovuto cominciare a produrre i suoi effetti dal 1° settembre 2026, ma soprattutto perché Macron aveva trasformato la protezione degli adolescenti dai rischi delle piattaforme digitali in uno degli obiettivi della fase conclusiva del suo secondo mandato.
La risposta della presidenza francese è arrivata rapidamente. Macron ha incaricato il primo ministro Sébastien Lecornu di lavorare a una nuova formulazione della normativa, capace di superare le obiezioni costituzionali. L’obiettivo indicato dall’Eliseo è arrivare a un testo giuridicamente più solido e approvarlo entro la primavera del 2027, prima della conclusione della presidenza Macron.
Divieto social agli under 15: perché la legge è stata censurata
Il punto centrale della decisione riguarda il rapporto fra due esigenze entrambe meritevoli di tutela: da una parte la protezione dell’infanzia e dell’adolescenza, dall’altra il rispetto delle libertà costituzionali.
Il Consiglio costituzionale non ha negato la legittimità dell’obiettivo perseguito dal legislatore. Ha però contestato il metodo scelto per raggiungerlo. Secondo i giudici, un divieto generalizzato applicato ai minori di quindici anni e a un insieme molto ampio di servizi digitali finisce per incidere in maniera sproporzionata sulla libertà di espressione e comunicazione.
È proprio l’assenza di sufficienti distinzioni ad aver pesato sul giudizio. Non tutti i social network presentano infatti le stesse caratteristiche, utilizzano identici strumenti o espongono gli utenti ai medesimi rischi. Una normativa costituzionalmente equilibrata, secondo l’impostazione emersa dalla decisione, dovrebbe quindi valutare con maggiore precisione le funzionalità delle singole piattaforme e i pericoli concretamente associati al loro utilizzo.
Analoga considerazione riguarda i ragazzi. Trattare indistintamente tutti i minori di quindici anni senza considerare differenze di età, maturità e contesto familiare rende la misura troppo rigida. Tra gli elementi problematici figura inoltre lo spazio estremamente ridotto lasciato alla responsabilità dei genitori nella gestione dell’accesso dei figli alle piattaforme.
Una legge destinata a cambiare le abitudini digitali
Il provvedimento approvato dal Parlamento francese il 21 luglio aveva una portata considerevole. L’impianto legislativo puntava a impedire l’accesso ai social network ai minori di quindici anni e prevedeva un’applicazione progressiva a partire dal settembre 2026, coinvolgendo successivamente anche gli account già esistenti.
L’obiettivo politico era intervenire in modo deciso sul rapporto sempre più intenso fra adolescenti e piattaforme digitali. Una questione che da tempo supera i confini francesi e interessa governi, famiglie, scuole, istituzioni europee e operatori tecnologici.
La Francia aveva scelto la strada più netta: stabilire una soglia anagrafica al di sotto della quale l’accesso sarebbe stato vietato. Una soluzione forte, sostenuta personalmente da Macron, ma accompagnata fin dall’iter parlamentare da interrogativi sulla compatibilità con i diritti fondamentali e sulla concreta verifica dell’età degli utenti.
Il tema della verifica anagrafica, infatti, apre a sua volta un secondo fronte particolarmente sensibile: quello della privacy. Stabilire con certezza l’età di milioni di persone che accedono ai servizi online significa predisporre sistemi tecnologici capaci di identificarle senza trasformare la protezione dei minori in una raccolta eccessiva di informazioni personali. Anche questo equilibrio è entrato nel quadro delle criticità costituzionali.
La battaglia politica arriva davanti ai “Saggi”
La legge non era giunta casualmente all’esame del Consiglio costituzionale. Il ricorso era stato promosso anche da deputati di La France Insoumise, che avevano contestato sia il divieto sia i meccanismi di controllo dell’età, ritenendoli potenzialmente lesivi della libertà di espressione, comunicazione e della tutela della vita privata.
La decisione dei giudici ha quindi trasformato una questione educativa e tecnologica in un passaggio politico di primo piano.
Macron perde, almeno temporaneamente, una delle misure simboliche con cui intendeva caratterizzare la parte finale della sua permanenza all’Eliseo. Ma la reazione della presidenza dimostra che il dossier non verrà archiviato.
La richiesta rivolta a Lecornu è quella di trovare una formula capace di conservare l’obiettivo originario correggendone gli elementi incompatibili con il quadro costituzionale ed europeo. La nuova normativa potrebbe dunque essere più selettiva, distinguendo piattaforme, funzionalità e livelli di rischio anziché affidarsi a un divieto uniforme.
Proteggere i ragazzi senza cancellarne i diritti
Dietro il confronto giuridico emerge una questione molto più ampia: quale debba essere il ruolo dello Stato nella vita digitale delle nuove generazioni.
L’esposizione dei giovani ai social network è da anni al centro del dibattito pubblico per i possibili effetti sulla salute, sul benessere psicologico, sul sonno, sulla percezione di sé e per fenomeni quali cyberbullismo e molestie online. La risposta normativa, tuttavia, deve misurarsi con il fatto che Internet non rappresenta soltanto uno spazio di rischio.
Per milioni di adolescenti è anche un ambiente di relazione, informazione, creatività, apprendimento e partecipazione. Ed è proprio questa doppia natura del digitale a rendere particolarmente complesso il lavoro del legislatore.
La pronuncia francese non stabilisce che i minori debbano essere lasciati senza protezione. Al contrario, riconosce la legittimità dell’esigenza di tutelarne l’interesse superiore. Ciò che viene respinto è l’automatismo secondo il quale la protezione possa coincidere necessariamente con un divieto generalizzato.
Il messaggio istituzionale appare quindi preciso: proteggere non significa semplicemente proibire. Occorre dimostrare che le limitazioni siano adeguate, necessarie e proporzionate rispetto ai rischi che intendono contrastare.
Un dibattito che supera i confini della Francia
La vicenda francese assume inoltre una dimensione internazionale. Diversi Paesi stanno valutando o hanno già introdotto restrizioni sull’accesso dei più giovani alle piattaforme social. L’Australia rappresenta uno dei precedenti più osservati, mentre anche in Europa il confronto sulla protezione dei minori online sta diventando sempre più centrale.
La Francia potrebbe dunque trasformarsi in un laboratorio giuridico particolarmente importante. Se l’Eliseo riuscirà a formulare una nuova disciplina capace di superare il vaglio costituzionale, quel modello potrebbe offrire indicazioni anche ad altri governi impegnati nello stesso difficile esercizio di equilibrio.
La sfida sarà costruire regole capaci di intervenire sulle caratteristiche realmente pericolose delle piattaforme, garantendo contemporaneamente privacy, libertà individuali e ruolo educativo delle famiglie.
Per Emmanuel Macron il tempo politico è ormai limitato, ma la determinazione annunciata dall’Eliseo indica che la partita non è conclusa. Il divieto social agli under 15, almeno nella sua formulazione originaria, è stato fermato. Resta invece aperta la domanda che attraversa l’intera società digitale: fino a che punto è possibile proteggere un adolescente limitandone l’accesso alla rete senza comprimere diritti che appartengono anche ai più giovani?
La risposta non arriverà soltanto dai tribunali o dai parlamenti. Coinvolgerà famiglie, scuola, istituzioni e aziende tecnologiche. Perché la vera questione, oltre il destino della legge francese, sarà trovare una forma di tutela capace di accompagnare i ragazzi nel mondo digitale senza immaginare che sia sufficiente chiuderne semplicemente la porta.
