Dai graffiti dell’antichità ai grandi murales delle periferie: la street art a Roma racconta secoli di storia, memoria, identità e trasformazione urbana.
Roma ha sempre scritto sui propri muri. Prima ancora che esistessero le parole “street art” e “urban art”, le superfici della città erano già pagine sulle quali lasciare un nome, una preghiera, un messaggio politico, una dichiarazione d’amore o un segno di dissenso. È proprio questa continuità, sorprendente e profondamente romana, il filo conduttore di “La street art a Roma e dintorni. Le città dipinte: viaggio tra i nuovi distretti creativi di Roma e del Lazio”, volume di Stella Maresca Riccardi e Antonio Doldo, pubblicato nel 2026 da Edizioni Efesto. L’editore presenta il libro come un viaggio capace di collegare la Roma antica alla vitalità della street art contemporanea, estendendo lo sguardo dalla Capitale ai centri del Lazio.

La street art a Roma, osservata attraverso questa prospettiva, smette così di essere soltanto un fenomeno artistico contemporaneo. Diventa l’ultimo capitolo di una storia molto più antica: quella del rapporto fra gli abitanti e lo spazio pubblico, tra il potere che utilizza i muri per comunicare e la società che, sugli stessi muri, cerca un luogo nel quale lasciare la propria voce.
Street art a Roma, una storia che parte da lontano
Le testimonianze dell’età romana mostrano quanto fosse radicata l’abitudine di affidare alle pareti pensieri, passioni e messaggi. I graffiti conservati dall’antichità raccontano propaganda politica, sentimenti privati, invettive e frammenti della vita quotidiana. Non opere d’arte urbana nel significato moderno del termine, naturalmente, ma segni capaci di dimostrare quanto antica sia l’esigenza umana di intervenire sulla superficie della città.
Con il Medioevo il muro assume anche una dimensione spirituale. Pellegrini e viaggiatori lasciano traccia del proprio passaggio nei luoghi di culto attraverso nomi, invocazioni e formule che testimoniano il desiderio di affermare la propria presenza.
Il Rinascimento introduce invece un’altra declinazione del rapporto tra arte e parete. La tecnica dello sgraffito diventa elemento decorativo delle facciate e parte integrante della rappresentazione architettonica delle famiglie e dei palazzi. Cambiano linguaggio, funzione e committenza, ma rimane immutata una caratteristica: il muro continua a parlare.
Anche nei secoli successivi, mentre la Roma monumentale celebra il proprio splendore attraverso chiese, marmi, piazze e palazzi, accanto al linguaggio ufficiale sopravvive quello spontaneo delle persone. Viaggiatori, pellegrini e cittadini incidono o tracciano testimonianze del proprio passaggio. La città istituzionale e quella quotidiana finiscono così per sovrapporsi.
Il Novecento: quando scrivere diventa dissenso
Il rapporto tra muro e comunicazione assume un significato ancora diverso durante il fascismo. Lo spazio pubblico diventa strumento della propaganda politica, attraverso slogan, iscrizioni e simboli destinati a imprimere il messaggio del regime nel paesaggio urbano.
Ma proprio il muro utilizzato dal potere può trasformarsi nel luogo della contestazione. Nella ricostruzione proposta dal volume, accanto alla comunicazione ufficiale emerge il linguaggio clandestino dell’opposizione: scritte realizzate di nascosto, modifiche agli slogan e simboli politici.
La parete diventa così una sorta di mezzo di comunicazione alternativo in un contesto nel quale la libertà di stampa e di espressione era sottoposta al controllo del regime. Un gesto apparentemente semplice come scrivere poteva trasformarsi in un atto politico dalle conseguenze pesanti.
Questa relazione tra memoria, territorio e libertà trova oggi una delle sue espressioni più interessanti proprio nelle periferie romane. Luoghi segnati dalla storia del Novecento sono diventati laboratori nei quali l’arte pubblica restituisce alla comunità vicende, personaggi e identità che rischierebbero altrimenti di essere dimenticati.
Dal Quadraro ai nuovi musei a cielo aperto
Uno degli esempi più significativi è il Quadraro, dove il progetto M.U.Ro. – Museo di Urban Art di Roma ha costruito nel tempo un dialogo tra artisti e territorio. Le prime opere di David “Diavù” Vecchiato, artista e abitante del quartiere, risalgono al 2010 e hanno contribuito a porre le basi del progetto di arte pubblica.
Qui il murale non è pensato come un elemento estraneo applicato a una periferia, ma come parte di una relazione con chi quella periferia la vive. È uno dei passaggi decisivi della street art contemporanea: dall’intervento individuale alla costruzione di un racconto collettivo.
Lo stesso principio attraversa altre esperienze romane, dal Trullo con i Pittori Anonimi del Trullo fino a San Basilio, dove il progetto SanBa ha utilizzato l’arte pubblica per intervenire sulla percezione e sull’identità degli spazi urbani.
È una geografia alternativa della Capitale. Accanto alla Roma del Colosseo, del Pantheon e delle grandi basiliche emerge quella delle facciate dipinte, delle case popolari e dei quartieri lontani dai tradizionali itinerari turistici.
Tor Marancia, il condominio diventa museo
Il caso di Tor Marancia rappresenta uno dei simboli più riconoscibili di questa trasformazione. Il progetto Big City Life ha coinvolto gli abitanti attraverso un processo partecipato e ha messo a disposizione degli artisti le facciate di undici edifici ATER, trasformando il complesso residenziale in un museo permanente a cielo aperto. Le fonti istituzionali sul progetto ricordano il coinvolgimento di 22 artisti provenienti da dieci Paesi.
Il risultato supera la semplice decorazione. L’arte entra fisicamente nella vita quotidiana: si affaccia sui cortili, accompagna chi torna a casa, diventa parte dell’indirizzo e della memoria del quartiere.
Tor Marancia dimostra così come un’opera pubblica possa modificare non soltanto l’aspetto di un edificio, ma anche la percezione di un luogo. Il progetto ha ottenuto visibilità internazionale ed è stato selezionato per il Padiglione Italia alla Biennale Architettura di Venezia del 2016, dedicata al tema “Taking Care – Progettare per il bene comune”.
È forse questo uno degli aspetti più interessanti della nuova geografia artistica romana: il visitatore viene invitato ad abbandonare progressivamente il modello di una Capitale concentrata esclusivamente sul proprio centro storico.
L’arte che restituisce identità alle periferie
Nel libro, Stella Maresca individua nella street art una possibilità concreta di superare una visione “centro-centrica” della città. La periferia non viene più interpretata soltanto attraverso le proprie fragilità urbanistiche o sociali, ma può diventare produttrice di cultura e destinazione di nuovi percorsi.
La questione non è esclusivamente estetica. Un murale può generare curiosità, portare visitatori, rafforzare l’identità di una comunità e modificare la narrazione di un quartiere. Ma proprio per questo occorre evitare di ridurre la rigenerazione urbana alla semplice applicazione di colore su una facciata.
L’arte funziona quando riesce a costruire una relazione con il luogo, la sua storia e le persone che lo abitano. Il modello partecipativo sperimentato in progetti come Big City Life è significativo proprio perché i residenti sono stati coinvolti nel percorso, contribuendo alla tutela e alla valorizzazione delle opere.
Roma offre inoltre esperienze nelle quali arte contemporanea, trasformazione urbana e questioni sociali si intrecciano in maniera ancora più radicale, come il MAAM di Metropoliz, sulla Prenestina: un luogo che ha portato il dibattito artistico fuori dai tradizionali confini museali, mettendolo in relazione con il tema dell’abitare e con una comunità reale.
Dalla città dei monumenti alla città degli abitanti
La lettura proposta da Maresca e Doldo conduce dunque verso una Roma meno prevedibile. Il patrimonio storico non viene contrapposto alla contemporaneità: diventa il punto di partenza per comprendere una città che continua a produrre segni.
Il libro, pubblicato nella collana “In Artem” di Edizioni Efesto, conta 312 pagine e amplia il percorso oltre i confini della Capitale, osservando anche i nuovi distretti creativi del Lazio.
In questa prospettiva la street art può contribuire a ridisegnare persino le mappe culturali e turistiche. Un visitatore attratto dai murales di Tor Marancia, dal Quadraro o dagli altri distretti urbani entra in quartieri che difficilmente avrebbero trovato spazio nel tradizionale itinerario della Roma monumentale.
Ed è forse qui che la street art a Roma rivela il suo significato più profondo. Non sostituisce la città antica e non pretende di competere con essa. La continua.
Dalle incisioni lasciate secoli fa alle gigantesche figure che oggi occupano intere facciate, cambia la tecnica, mutano gli autori e si trasformano i messaggi. Rimane però la stessa necessità: lasciare una traccia del proprio tempo.
Roma, in fondo, non ha mai smesso di scrivere sui muri. E osservando quelle pareti si scopre che la storia della città non appartiene soltanto agli imperatori, ai papi, agli architetti e ai grandi artisti. Appartiene anche agli abitanti, ai quartieri e a chi, ieri come oggi, ha scelto un muro per raccontare che in quel luogo esiste una storia degna di essere ricordata.
