MARANZA, L’ITALIA STRINGE LE MAGLIE. MA IL GOVERNO ORA DEVE DIMOSTRARE CHE LE MISURE FUNZIONANO

Baby gang, coltelli, aggressioni e violenza urbana sono ormai un problema che non può essere liquidato come semplice allarme sociale. Il Governo ha introdotto nuove misure, ma il punto decisivo resta uno: trasformare le norme in risultati concreti nelle città.

Negli ultimi anni il termine “maranza” è entrato stabilmente nel linguaggio mediatico e quotidiano, fino a diventare una sorta di etichetta utilizzata per descrivere gruppi di giovanissimi protagonisti di episodi di violenza, intimidazione, vandalismo, rapine, risse e porto di coltelli. È un’espressione impropria sul piano giuridico e spesso troppo generica sul piano sociale, ma dietro quella parola si nasconde un fenomeno reale che le istituzioni non possono più permettersi di sottovalutare.

Il problema non è l’abbigliamento, il linguaggio o lo stile di una parte dei ragazzi. Il problema è quando l’identità di gruppo si trasforma in aggressività, quando la ricerca di appartenenza diventa intimidazione, quando il disagio sociale sfocia in violenza e quando una lama viene utilizzata come strumento per imporsi sugli altri.

Su questo terreno il Governo italiano ha deciso di intervenire con maggiore severità. Nel corso del 2026 sono state introdotte nuove disposizioni sul porto e sulla vendita di coltelli, sui controlli nelle aree urbane più sensibili, sugli strumenti di prevenzione a disposizione dei questori e sulla responsabilizzazione delle famiglie. Parallelamente, sono state annunciate ulteriori misure dedicate alla violenza giovanile e alle aggregazioni considerate pericolose.

È un cambio di passo importante, ma arriva dopo anni nei quali il fenomeno delle baby gang era già stato segnalato dalle stesse istituzioni. Ed è proprio da qui che nasce il nodo politico.

Il problema non nasce oggi

Il tema della violenza giovanile non è comparso improvvisamente nel 2026.

Già negli anni precedenti il Ministero dell’Interno aveva evidenziato la crescita di bande giovanili caratterizzate da dinamiche di gruppo, difficoltà familiari, disagio sociale e problemi di integrazione. Le cronache di Milano, Torino, Bologna, Roma, Napoli e di numerosi centri di provincia hanno progressivamente mostrato la diffusione di episodi nei quali adolescenti e giovanissimi agiscono in gruppo, spesso per ottenere visibilità, controllo simbolico di un territorio o semplicemente per esercitare violenza.

La politica, dunque, non può presentare oggi il fenomeno come una sorpresa.

Le avvisaglie erano numerose.

C’erano le aggressioni nelle stazioni.

Le risse nelle zone della movida.

Le rapine commesse da gruppi di minorenni.

L’utilizzo sempre più frequente dei coltelli.

I danneggiamenti.

Le spedizioni punitive organizzate attraverso i social.

E, soprattutto, una crescente normalizzazione della violenza tra adolescenti.

Per questo il tema non è soltanto stabilire se le nuove norme siano severe. La domanda è se siano arrivate in tempo.

La stretta sui coltelli era inevitabile

Uno degli interventi più rilevanti riguarda il porto e la vendita di strumenti da taglio.

Lo Stato ha scelto di irrigidire la disciplina, soprattutto quando sono coinvolti minorenni, introducendo limiti più severi e un divieto di vendita o cessione ai più giovani per determinate categorie di coltelli e strumenti atti ad offendere.

La misura risponde a un fenomeno concreto.

Negli ultimi anni il coltello è entrato con una frequenza preoccupante nelle cronache legate ai giovanissimi. Non più soltanto come arma utilizzata in contesti criminali strutturati, ma come oggetto portato addosso durante una serata, una lite o un incontro tra gruppi rivali.

È un cambiamento culturale prima ancora che criminale.

Quando un adolescente considera normale uscire di casa con una lama in tasca, il problema è già molto più profondo di una singola infrazione.

Per questo la stretta legislativa era necessaria. Ma anche in questo caso il Governo deve evitare di fermarsi alla norma. Un divieto funziona soltanto se esistono controlli, verifiche nella vendita, interventi tempestivi e una reale capacità di intercettare i soggetti a rischio.

Una legge severa, senza un’applicazione costante, rischia di diventare soltanto un messaggio politico.

Più controlli, ma non basta presidiare le piazze

Un altro asse della strategia riguarda il rafforzamento dei controlli nelle zone considerate più problematiche.

Le cosiddette zone a vigilanza rafforzata, l’ampliamento degli strumenti di allontanamento e il ricorso a misure preventive più incisive rappresentano strumenti utili, soprattutto nelle stazioni, nei centri cittadini e nelle aree della movida dove si concentrano episodi di violenza o degrado.

La presenza visibile delle forze dell’ordine produce un effetto deterrente e offre ai cittadini una maggiore percezione di sicurezza.

Tuttavia, anche questa risposta presenta un limite evidente.

Nessuno Stato può presidiare permanentemente ogni piazza, ogni fermata della metropolitana, ogni stazione e ogni locale notturno.

Se la sicurezza dipende esclusivamente dalla presenza fisica di una pattuglia, significa che il problema viene affrontato quando è già arrivato nella sua fase finale.

La politica dovrebbe invece intervenire molto prima.

Prima che un ragazzo abbandoni la scuola.

Prima che entri stabilmente in un gruppo violento.

Prima che il possesso di un coltello venga percepito come normale.

Prima che una bravata diventi un reato.

Prima che il disagio venga trasformato in una forma di identità.

È su questo terreno che il Governo deve dimostrare maggiore capacità di programmazione.

Repressione e prevenzione devono stare insieme

Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha più volte sottolineato che la risposta alla violenza giovanile non può essere esclusivamente repressiva.

È un punto centrale.

Dietro molti episodi esistono condizioni di povertà educativa, fragilità familiare, dispersione scolastica, mancanza di opportunità e difficoltà di integrazione. Non significa giustificare chi commette un reato, ma comprendere che la sicurezza non si costruisce soltanto attraverso il diritto penale.

Se lo Stato conosce queste cause, deve agire anche su di esse.

Servono scuole capaci di intercettare precocemente il disagio.

Servono educatori.

Servono servizi sociali che abbiano personale e strumenti sufficienti.

Servono spazi sportivi e culturali realmente accessibili.

Servono progetti nei quartieri più fragili.

Servono interventi sulle famiglie quando un minore mostra comportamenti ripetutamente violenti.

E serve una giustizia minorile capace di distinguere tra chi può essere recuperato e chi rappresenta un pericolo concreto.

Questo è il punto nel quale il Governo deve essere giudicato con maggiore severità.

È relativamente semplice annunciare una nuova stretta.

È molto più complesso costruire una politica capace di ridurre il numero di ragazzi che arrivano a commettere quei reati.

Il nuovo pacchetto dimostra che il problema è ancora aperto

Il nuovo disegno di legge approvato dal Consiglio dei ministri nel luglio 2026 conferma che l’Esecutivo considera la violenza giovanile una priorità.

Il provvedimento prevede ulteriori strumenti per intervenire sui gruppi ritenuti pericolosi e sulle situazioni di particolare rischio nelle aree urbane.

È un segnale importante, ma pone inevitabilmente una questione politica.

Se a pochi mesi da una precedente stretta si rende necessario introdurre nuove misure, significa che il quadro continua a essere considerato insufficiente.

Questo non rappresenta necessariamente un fallimento, perché la legislazione può e deve essere aggiornata di fronte a fenomeni nuovi.

Ma il Governo deve evitare che la sicurezza diventi una sequenza continua di annunci, decreti e pacchetti emergenziali.

Il cittadino non misura l’efficacia dello Stato contando le norme approvate.

La misura in un altro modo.

Vuole vedere meno aggressioni.

Meno coltelli nelle tasche degli adolescenti.

Meno rapine in gruppo.

Meno vandalismi.

Meno paura sui mezzi pubblici.

Meno zone nelle quali una famiglia preferisce non passare la sera.

La differenza tra propaganda e politica pubblica sta esattamente qui.

Non bisogna trasformare la parola “maranza” in un comodo bersaglio

Esiste inoltre un rischio culturale che il dibattito politico dovrebbe evitare.

La parola “maranza” tende a semplificare eccessivamente il fenomeno.

Può facilmente diventare un’etichetta applicata sulla base del modo di vestire, dell’origine familiare o del linguaggio utilizzato.

Ma la sicurezza non può essere costruita attraverso categorie sociali indistinte.

Lo Stato deve perseguire i comportamenti.

Chi rapina deve rispondere di rapina.

Chi aggredisce deve rispondere dell’aggressione.

Chi danneggia beni pubblici deve risarcire il danno.

Chi porta illegalmente un’arma deve essere fermato.

Chi è minorenne deve essere responsabilizzato secondo gli strumenti previsti dalla legge e, quando necessario, inserito in un serio percorso educativo.

È importante essere rigorosi proprio per evitare scorciatoie.

La lotta alla violenza giovanile non può trasformarsi nella criminalizzazione indiscriminata di una generazione o di determinati gruppi sociali.

Sarebbe inefficace, oltre che ingiusto.

Il Governo deve dimostrare che lo Stato arriva prima

La vera questione politica riguarda il momento dell’intervento.

Troppo spesso lo Stato appare soltanto dopo.

Dopo la rissa.

Dopo l’aggressione.

Dopo la rapina.

Dopo l’accoltellamento.

Dopo il danneggiamento.

A quel punto arrivano le pattuglie, le indagini, le dichiarazioni e la promessa di una nuova stretta.

Ma una politica seria sulla sicurezza deve provare a cambiare questo schema.

Lo Stato deve arrivare prima.

Deve essere presente nella scuola.

Nelle famiglie più fragili.

Nei quartieri abbandonati.

Nelle stazioni.

Nelle piazze.

Nei servizi sociali.

Nella prevenzione dell’abuso di alcol e droga.

Nel contrasto alla dispersione scolastica.

Nella costruzione di opportunità concrete per gli adolescenti.

La sicurezza non è soltanto l’ultimo anello della catena.

È il risultato di tutto ciò che viene fatto prima.

Il banco di prova è adesso

Il Governo può legittimamente rivendicare di avere introdotto misure più severe.

Può ricordare la stretta sui coltelli, il rafforzamento dei controlli, le misure di prevenzione e gli interventi contro le baby gang.

Ma il tempo degli annunci deve lasciare spazio alla verifica.

Tra qualche mese bisognerà poter capire se queste norme hanno prodotto risultati.

Se i reati commessi da gruppi giovanili sono diminuiti.

Se il porto di coltelli tra minorenni è stato effettivamente ridotto.

Se le zone maggiormente problematiche sono diventate più sicure.

Se le famiglie vengono coinvolte prima che una situazione degeneri.

Se i progetti di prevenzione raggiungono realmente i ragazzi più vulnerabili.

È questo il passaggio decisivo.

Perché la sicurezza non si misura attraverso la durezza di una conferenza stampa.

Si misura attraverso ciò che accade nelle strade.

L’Italia non ha bisogno dell’ennesima emergenza permanente

Il fenomeno delle baby gang e della violenza giovanile merita una risposta ferma, ma soprattutto strutturale.

Non può diventare l’ennesima emergenza italiana gestita attraverso interventi successivi, ognuno presentato come definitivo e seguito pochi mesi dopo da una nuova stretta.

Il Governo ha oggi gli strumenti politici e legislativi per dimostrare che è possibile cambiare approccio.

Serve repressione quando viene commesso un reato.

Serve prevenzione quando il reato può ancora essere evitato.

Serve responsabilità delle famiglie.

Serve presenza delle forze dell’ordine.

Serve scuola.

Serve recupero.

Serve una politica urbana capace di impedire che intere aree diventino luoghi nei quali il degrado alimenta altro degrado.

Il problema non è stabilire se l’Italia debba essere più severa.

Su determinati comportamenti deve esserlo.

Il punto è capire se saprà essere anche più efficace.

Perché quando un adolescente porta un coltello, una famiglia ha paura di attraversare una stazione o un commerciante considera normale subire vandalismi, non basta annunciare che lo Stato interverrà con maggiore durezza.

Lo Stato deve dimostrare di essere già presente.

Ed è su questa capacità, molto più che sul numero dei nuovi decreti, che il Governo italiano sarà chiamato a rispondere.