Immigrazione, asse Meloni-Frederiksen: accelerare sui “return hub” fuori dall’Unione europea

ROMA – Italia e Danimarca rafforzano il fronte comune sulla gestione dell’immigrazione irregolare. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni e la premier danese Mette Frederiksen hanno ribadito la volontà di spingere l’Unione europea verso politiche più incisive sui rimpatri e verso la realizzazione di “return hub” in Paesi terzi.

Il tema dei centri esterni all’UE è ormai entrato stabilmente nell’agenda europea. Dopo mesi di confronto tra governi e istituzioni comunitarie, il 1° giugno 2026 Consiglio e Parlamento europeo hanno raggiunto un accordo politico sulle nuove norme europee in materia di rimpatri, che prevedono espressamente la possibilità per gli Stati membri di creare strutture in Paesi terzi destinate alle persone che non hanno diritto di rimanere nell’Unione.

Meloni e Frederiksen contro l’“immigrazione incontrollata”

La convergenza tra Roma e Copenaghen va oltre le tradizionali appartenenze politiche. Meloni guida un governo di centrodestra, mentre Frederiksen è esponente della socialdemocrazia danese, ma entrambe sostengono da tempo la necessità di rafforzare il controllo delle frontiere esterne e rendere più efficaci i rimpatri.

In una recente dichiarazione congiunta, le due premier hanno ribadito la loro opposizione all’“immigrazione incontrollata”, indicando nella collaborazione con Paesi esterni all’Unione una delle possibili risposte alla pressione migratoria.

L’obiettivo politico è quello di spostare una parte della gestione dei rimpatri al di fuori del territorio europeo, riducendo il numero di persone che rimangono nell’UE pur essendo destinatarie di una decisione di allontanamento.

Cosa sono i “return hub”

I cosiddetti return hub sono strutture localizzate in Paesi terzi nelle quali potrebbero essere trasferiti cittadini extracomunitari che non hanno titolo per soggiornare nell’Unione europea.

Secondo l’accordo raggiunto a livello comunitario, questi centri potrebbero avere una duplice funzione: rappresentare la destinazione del trasferimento oppure costituire un punto intermedio in attesa del successivo rimpatrio verso il Paese d’origine o un altro Stato terzo.

La Commissione europea ha chiarito che eventuali accordi dovranno comunque rispettare il diritto internazionale, gli standard in materia di diritti umani e il principio di non-refoulement, cioè il divieto di rimandare una persona verso un Paese nel quale potrebbe subire persecuzioni o gravi violazioni dei propri diritti.

L’Europa cambia strategia sui rimpatri

Il confronto avviene in una fase di profonda trasformazione della politica migratoria europea.

Il Patto europeo sulla migrazione e l’asilo è entrato pienamente in applicazione il 12 giugno 2026, introducendo nuove regole comuni sulla gestione delle domande d’asilo, delle frontiere e della solidarietà tra gli Stati membri.

Parallelamente, Bruxelles sta cercando di rendere più efficace il sistema dei rimpatri. L’obiettivo è superare una delle principali criticità degli ultimi anni: la difficoltà di eseguire concretamente le decisioni di espulsione nei confronti delle persone che non hanno diritto alla permanenza nell’Unione.

Frederiksen: primi centri possibili entro il 2027

La Danimarca è tra i Paesi europei che da più tempo sostengono la necessità di creare strutture esterne all’UE.

Frederiksen ha dichiarato nelle scorse settimane che un gruppo di Paesi europei sta lavorando concretamente alla realizzazione dei primi hub e che una struttura potrebbe diventare operativa già tra il 2026 e il 2027, con il sostegno finanziario delle istituzioni europee.

Si sta quindi delineando una sorta di coalizione di Paesi disponibili ad anticipare l’attuazione concreta del nuovo sistema, con Italia e Danimarca tra i governi maggiormente impegnati.

Il modello italiano e il dibattito europeo

Per il governo Meloni, questa impostazione si inserisce in una linea politica già sperimentata attraverso gli accordi con Paesi esterni all’Unione e, in particolare, con il progetto dei centri realizzati dall’Italia in Albania.

Il modello resta però al centro di un acceso confronto politico e giuridico. I sostenitori ritengono che trasferire parte delle procedure fuori dall’UE possa ridurre le partenze irregolari e aumentare l’efficacia dei rimpatri. I critici sollevano invece interrogativi sulla tutela dei diritti fondamentali, sui costi e sull’effettiva praticabilità delle strutture nei Paesi terzi.

Proprio per queste ragioni, le nuove norme europee prevedono specifiche garanzie e subordinano la creazione degli hub al rispetto degli obblighi internazionali.

Un nuovo asse politico in Europa

La convergenza tra Meloni e Frederiksen rappresenta anche un segnale politico significativo.

Sul dossier migratorio, infatti, le tradizionali divisioni tra destra e sinistra europea risultano sempre meno nette. La premier danese ha più volte sostenuto una politica migratoria restrittiva pur provenendo dalla famiglia socialdemocratica, mentre l’Italia considera il controllo dei flussi uno dei principali dossier della propria azione europea.

La partita si sposta ora dalla definizione delle regole alla loro attuazione concreta.

Dopo l’accordo europeo sui rimpatri, la questione centrale sarà capire quali Paesi terzi accetteranno di ospitare i centri, quali Stati UE parteciperanno ai progetti e con quali risorse economiche.

Italia e Danimarca sembrano intenzionate a spingere perché i tempi siano brevi. L’immigrazione torna così a essere uno dei dossier destinati a incidere maggiormente sugli equilibri politici dell’Unione europea nei prossimi mesi.