Uno dei più importanti patrimoni archeologici dell’Africa rischia di subire danni irreversibili. Il conflitto sudanese ha fermato restauri e manutenzione, mentre sabbia, vegetazione e salinità continuano a deteriorare monumenti e iscrizioni.
Le piramidi di Meroe, testimonianza della grande civiltà del Regno di Kush, stanno affrontando una delle fasi più difficili della loro storia millenaria. Il conflitto scoppiato in Sudan nell’aprile del 2023 ha infatti costretto archeologi, restauratori e missioni internazionali a interrompere quasi completamente le attività di conservazione del sito.

Situato nella zona desertica di Bejrawiya, circa 200 chilometri a nord-est di Khartoum, il complesso comprende oltre duecento piramidi, costruite indicativamente tra l’VIII secolo avanti Cristo e il IV secolo dopo Cristo. Le strutture, più piccole e ripide rispetto alle celebri piramidi egizie, custodivano le sepolture di sovrani, regine e membri dell’aristocrazia kushita.
Manutenzione interrotta dalla guerra
Prima dell’inizio delle ostilità, squadre sudanesi e missioni archeologiche straniere intervenivano regolarmente per liberare gli edifici dalla sabbia, consolidare le pietre e proteggere decorazioni e iscrizioni. Con il deterioramento della sicurezza, numerosi specialisti hanno dovuto abbandonare il Paese e i finanziamenti destinati alla tutela sono diventati sempre più difficili da reperire.
Oggi la protezione quotidiana del complesso è affidata soprattutto a pochi custodi locali, rimasti sul posto nonostante l’assenza di turisti e le difficili condizioni economiche. Le testimonianze raccolte sul terreno descrivono sabbia accumulata dentro i templi e intorno alle piramidi, insieme a una vegetazione cresciuta senza controllo.
Sabbia e sale consumano le pietre
La guerra non è l’unica minaccia. Il vento trasporta continuamente grandi quantità di sabbia contro le superfici dei monumenti, coprendo ingressi e cappelle funerarie. All’interno delle strutture, l’umidità e i sali presenti nel terreno penetrano nei materiali, provocando corrosione, sgretolamento e perdita delle incisioni.
Senza le periodiche operazioni di rimozione della sabbia e consolidamento, il degrado rischia di accelerare. Anche piogge intense e alluvioni occasionali possono aggravare la vulnerabilità di costruzioni già indebolite dal tempo e da precedenti interventi distruttivi.
Il patrimonio culturale travolto dal conflitto
La crisi di Meroe si inserisce in una situazione molto più ampia. Secondo i dati riportati dall’Associated Press, almeno cento siti culturali sudanesi sarebbero stati danneggiati durante il conflitto, mentre ventidue musei sarebbero stati saccheggiati o distrutti. Anche il Museo nazionale di Khartoum, che custodiva migliaia di reperti nubiani, kushiti e meroitici, è stato gravemente depredato.
L’UNESCO aveva già chiesto alle parti coinvolte nella guerra di rispettare il patrimonio culturale del Paese e di evitare qualsiasi utilizzo militare dei siti storici. L’organizzazione ricorda che l’area archeologica di Meroe, iscritta nella lista del Patrimonio mondiale nel 2011, comprende la città reale, il sito religioso di Naqa e il complesso templare di Musawwarat es-Sufra.
Una parte fondamentale della storia africana
Meroe fu uno dei principali centri politici e religiosi del Regno di Kush, civiltà che per secoli controllò importanti rotte commerciali lungo il Nilo e sviluppò una cultura autonoma, capace di unire influenze egizie, africane e mediterranee.
La perdita delle piramidi non rappresenterebbe quindi soltanto un danno per il Sudan. Significherebbe cancellare una parte essenziale della storia dell’intero continente africano. Custodi e archeologi chiedono ora un sostegno internazionale per documentare le condizioni dei monumenti e riprendere gli interventi di conservazione non appena la situazione di sicurezza lo consentirà.
