Cime tempestose (2026) – il classico smembrato e ricostruito

Il nuovo Cime tempestose, diretto da Emerald Fennell e interpretato da Margot Robbie e Jacob Elordi, non è semplicemente un adattamento del romanzo di Emily Brontë: è una dichiarazione di guerra al concetto stesso di “fedeltà” letteraria.

C’è qualcosa di profondamente contemporaneo — e al tempo stesso disturbante — nel modo in cui Fennell affronta la materia narrativa. Il suo non è un film che vuole raccontare la storia di Heathcliff e Catherine, ma piuttosto farci percepire cosa significhi viverla oggi, filtrata da una sensibilità moderna, inquieta e ossessionata dal desiderio. Fin dalle prime sequenze, il film abbandona ogni pudore romantico per immergersi in una dimensione sensoriale e carnale, dove l’amore è meno sentimento e più impulso primordiale.

Le interpretazioni dei due protagonisti dominano lo schermo, ma è proprio qui che emergono le prime crepe. La presenza magnetica di Robbie ed Elordi finisce per sovrastare i personaggi, trasformando Catherine e Heathcliff in figure estetiche più che tragiche. La complessità psicologica, cuore del romanzo, viene in parte sacrificata a favore di una rappresentazione più fisica e immediata del rapporto. Tuttavia, questa scelta non appare come un limite inconsapevole, bensì come una precisa direzione autoriale: Fennell sembra interessata meno all’interiorità e più alla superficie, ai corpi, alla dipendenza emotiva.

Sul piano visivo, il film è difficilmente contestabile. Le brughiere diventano uno spazio quasi astratto, dove vento, fango e luce costruiscono un universo coerente e ipnotico. La macchina da presa indugia su dettagli materici — tessuti, pelle, elementi naturali — trasformando il paesaggio in un’estensione dei desideri dei protagonisti. È un cinema che privilegia l’immagine rispetto al racconto, e proprio per questo rischia talvolta di smarrire la forza narrativa originaria.

Non sorprende che l’opera abbia suscitato reazioni contrastanti. Da un lato, c’è chi vede in questo approccio una rilettura audace e necessaria, capace di liberare il testo da incrostazioni accademiche. Dall’altro, chi lo considera un tradimento, un esercizio stilistico che svuota il romanzo della sua profondità morale e psicologica.

Questo Cime tempestose non è pensato per mettere tutti d’accordo. È un film divisivo, consapevole della propria radicalità, che utilizza un classico della letteratura per parlare del presente. Non restituisce l’opera di Emily Brontë nella sua forma originaria, ma ne propone una deformazione coerente con il nostro tempo: più brutale, più visiva, meno romantica e decisamente più inquieta.

In definitiva, non è un grande adattamento nel senso tradizionale del termine. È piuttosto un oggetto cinematografico autonomo, che usa il classico come materia prima per costruire qualcosa di diverso. E proprio in questa distanza — tra fedeltà e reinvenzione — si gioca il suo valore, ma anche il suo limite.

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