Il nuovo pacchetto sarà illustrato lunedì. Pechino assorbe oltre l’80% del petrolio iraniano esportato via mare e lo scontro rischia di trasformarsi in una partita molto più grande fra Washington e la seconda economia mondiale
La crisi tra Stati Uniti e Iran sta entrando in una fase nuova e potenzialmente ancora più pericolosa.
Washington si prepara ad annunciare lunedì quello che il segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha definito il pacchetto di “sanzioni più dure della storia” contro l’Iran. Ma dietro la pressione su Teheran si intravede una questione ancora più grande: la Cina.
Pechino è infatti diventata il principale acquirente del petrolio iraniano e assorbe oltre l’80% delle esportazioni di greggio iraniano trasportate via mare. Colpire realmente le entrate energetiche dell’Iran significa quindi inevitabilmente entrare in collisione con società, raffinerie e interessi economici cinesi.
Ed è qui che la crisi potrebbe cambiare dimensione.
Washington alza il livello dello scontro
Bessent ha annunciato che i dettagli delle nuove misure saranno presentati lunedì 24 agosto.
L’obiettivo dichiarato dagli Stati Uniti è aumentare ulteriormente la pressione economica su Teheran, già duramente colpita dal conflitto e dalle restrizioni sulle esportazioni petrolifere.

Lo stesso Bessent ha indicato nella combinazione tra sanzioni economiche e blocco delle esportazioni uno degli strumenti attraverso cui Washington intende privare il governo iraniano delle risorse necessarie per sostenere l’apparato militare e politico del Paese.
Parallelamente, Donald Trump ha lanciato un avvertimento molto più ampio: anche i Paesi che continuano ad aiutare economicamente l’Iran potrebbero andare incontro a conseguenze.
Il messaggio, pur senza indicare direttamente Pechino come unico destinatario, difficilmente può essere separato dal ruolo della Cina.
Perché la Cina è fondamentale per l’Iran
Il petrolio è da decenni una delle principali fonti di valuta per Teheran.
Negli ultimi anni, mentre numerosi compratori occidentali e asiatici hanno ridotto o eliminato gli acquisti per timore delle sanzioni americane, la Cina ha progressivamente assunto una posizione dominante.
Secondo i dati citati da Reuters, oltre quattro barili su cinque del petrolio iraniano esportato via mare finiscono oggi sul mercato cinese.
Una parte significativa viene acquistata dalle cosiddette “teapot refineries”, raffinerie indipendenti concentrate soprattutto nella provincia cinese dello Shandong.
Per anni queste società hanno potuto acquistare greggio iraniano a prezzi scontati.
Ora il sistema sta iniziando a mostrare difficoltà.
Il petrolio iraniano sta già diminuendo
Gli effetti della pressione americana sono già visibili.
Le offerte di petrolio iraniano disponibili per gli acquirenti cinesi per settembre e ottobre sono diminuite sensibilmente.
Secondo dati riportati da Reuters, le spedizioni iraniane sarebbero precipitate a circa 534.000 barili al giorno nell’agosto 2026, rispetto a una media di circa 1,4 milioni di barili al giorno nel 2025.
È una contrazione enorme.
Anche le riserve iraniane accumulate sulle petroliere stanno diminuendo: lo stoccaggio galleggiante fuori dall’area interessata dal blocco sarebbe passato da circa 105 milioni a 80 milioni di barili.
Il risultato è paradossale.
Quel petrolio che normalmente veniva venduto alla Cina con forti sconti, in alcuni casi viene ora offerto addirittura con un sovrapprezzo.
Pechino guarda alla Russia
La Cina non è però rimasta ferma.
Di fronte alla difficoltà di procurarsi greggio iraniano, Pechino sta aumentando gli acquisti di petrolio russo.
Per agosto, secondo le stime riportate da Reuters, le importazioni cinesi di greggio russo trasportato via mare potrebbero raggiungere circa 1,25 milioni di barili al giorno.
La conseguenza è un effetto domino.
Più petrolio russo viene assorbito dalla Cina, meno ne rimane disponibile per altri grandi acquirenti asiatici, a cominciare dall’India.
Una crisi iniziata tra Washington e Teheran sta quindi modificando le rotte energetiche che collegano Russia, Cina, India e Medio Oriente.
Hormuz resta il punto più delicato del pianeta energetico
Poi c’è lo Stretto di Hormuz.
Prima del conflitto attraverso questo passaggio transitavano oltre 20 milioni di barili di petrolio al giorno, una quota enorme del commercio energetico mondiale.
Oggi i flussi sono scesi drasticamente.
Reuters indica volumi nell’ordine degli 8 milioni di barili giornalieri, mentre il numero delle navi commerciali che riescono effettivamente ad attraversare lo stretto resta molto inferiore alla normalità.
Il 20 agosto erano transitate nove navi commerciali legate alle materie prime; il giorno successivo il numero sarebbe sceso ulteriormente.
La situazione è talmente delicata che diversi Paesi della NATO stanno discutendo possibili contributi per garantire la libertà di navigazione, pur senza trasformare l’iniziativa in una missione ufficiale dell’Alleanza Atlantica. Francia e Regno Unito stanno lavorando alla costruzione di una possibile coalizione internazionale.
L’Iran concede il passaggio all’Iraq
Nelle ultime ore è arrivato però un segnale particolare.
Teheran ha autorizzato alcune petroliere irachene ad attraversare Hormuz, dopo le pressioni diplomatiche di Baghdad.
Il passaggio dimostra quanto l’Iran continui ad avere una capacità concreta di influenzare il traffico marittimo nell’area.
L’Iraq, proprio per ridurre la propria vulnerabilità, sta studiando contemporaneamente nuove vie di esportazione attraverso Ceyhan in Turchia, Baniyas in Siria e Aqaba in Giordania.
È un dettaglio che racconta qualcosa di molto più ampio: i Paesi del Golfo iniziano a progettare un futuro nel quale dipendere esclusivamente da Hormuz viene considerato un rischio strategico.
Il vero problema per Washington: fino a dove spingersi con Pechino?
È probabilmente questa la domanda centrale.
Gli Stati Uniti possono rendere sempre più difficile per l’Iran esportare petrolio.
Ma per azzerarne realmente le vendite devono convincere — oppure costringere economicamente — il principale compratore a smettere di acquistarlo.
E quel compratore è la Cina.
Pechino ha già respinto la strategia americana delle sanzioni unilaterali, sostenendo che la soluzione alla crisi debba passare attraverso la diplomazia.
Washington dispone però di numerosi strumenti: restrizioni finanziarie, esclusione dal sistema del dollaro, sanzioni contro singole società, intermediari, navi e istituti che partecipano alle operazioni.
Più saranno aggressive le misure annunciate lunedì, maggiore sarà quindi il rischio che la crisi iraniana finisca per aprire un nuovo fronte economico tra Stati Uniti e Cina.
Non è più soltanto una crisi mediorientale
Ed è forse questo l’aspetto più importante di ciò che sta accadendo.
La partita non riguarda soltanto Washington e Teheran.
Riguarda il prezzo del petrolio.
Riguarda la sicurezza delle rotte marittime.
Riguarda la Cina.
Riguarda la Russia.
Riguarda l’India.
E inevitabilmente riguarda anche l’Europa, che resta fortemente esposta alle oscillazioni dei prezzi energetici e dei trasporti internazionali.
Se le nuove sanzioni americane riusciranno a comprimere ulteriormente le esportazioni iraniane, Pechino dovrà trovare altri fornitori.
Se invece la Cina deciderà di sfidare apertamente Washington continuando ad acquistare massicciamente petrolio iraniano, gli Stati Uniti dovranno decidere quanto lontano vogliono spingersi nell’applicazione delle sanzioni secondarie.
Lunedì 24 agosto potrebbe quindi non essere semplicemente il giorno di un nuovo pacchetto di sanzioni contro l’Iran.
Potrebbe diventare un nuovo capitolo del confronto strategico fra le due maggiori potenze economiche del pianeta.
