A un anno e mezzo dall’inizio delle manifestazioni, il movimento studentesco continua a contestare Aleksandar Vučić, ma emergono profonde divisioni interne, un crescente orientamento nazionalista e interrogativi sul futuro europeo della Serbia.
Belgrado – Le proteste che attraversano la Serbia da circa un anno e mezzo continuano a rappresentare uno dei fenomeni politici più significativi dell’Europa sud-orientale. Nate dopo il tragico crollo della pensilina della stazione ferroviaria di Novi Sad, costato la vita a numerose persone, le manifestazioni hanno progressivamente assunto una dimensione che va ben oltre la richiesta iniziale di accertare responsabilità politiche e amministrative.
Se nei primi mesi il movimento appariva compatto attorno alla richiesta di trasparenza, giustizia e lotta alla corruzione, oggi il quadro risulta molto più complesso. La mobilitazione, pur continuando, ha perso parte della sua forza numerica e si confronta con una crescente frammentazione interna, mentre il presidente Aleksandar Vučić mantiene saldamente il controllo delle istituzioni.

Una protesta senza una guida politica
Una delle caratteristiche più evidenti del movimento studentesco è l’assenza di una leadership riconosciuta. Le decisioni vengono assunte collettivamente e gli studenti hanno sempre rifiutato qualsiasi rapporto organico con i partiti dell’opposizione e con le principali organizzazioni della società civile.
Questa scelta ha contribuito a preservarne inizialmente l’autonomia, ma ha anche reso più difficile la costruzione di una proposta politica alternativa. Dal maggio 2025 la principale richiesta resta lo scioglimento del Parlamento e la convocazione di elezioni anticipate.
Il presidente Vučić ha più volte dichiarato di essere favorevole al ritorno alle urne, senza tuttavia fissare una data precisa. Una strategia che, secondo numerosi osservatori, gli ha consentito di recuperare consenso dopo una fase in cui molti analisti ritenevano imminente un indebolimento del suo potere.
L’evoluzione del movimento
Nel corso degli ultimi mesi il movimento ha mostrato un’evoluzione che molti analisti interpretano come uno spostamento verso posizioni maggiormente nazionaliste.
Particolare attenzione ha suscitato il memorandum dedicato al Kosovo, elaborato da una parte degli studenti. Il documento ribadisce la centralità del Kosovo nella narrazione nazionale serba e propone una strategia diplomatica per il recupero della sovranità sulla regione, indipendente dal 2008.
Il testo, tuttavia, ha alimentato polemiche per l’assenza di riferimenti alle responsabilità della Serbia durante i conflitti degli anni Novanta e per il mancato approfondimento delle relazioni con la popolazione albanese del Kosovo.
Per diversi osservatori, questo rappresenta uno dei segnali della crescente influenza di una cultura politica che privilegia identità nazionale, simboli religiosi e memoria storica rispetto ai temi della riconciliazione regionale.

Un movimento attraversato da profonde divisioni
Dietro l’immagine di compattezza emergono differenze significative.
Secondo numerose analisi, il nucleo di Novi Sad mantiene posizioni generalmente più progressiste, mentre quello sviluppatosi attorno a Belgrado e Kragujevac appare maggiormente orientato verso un nazionalismo identitario, caratterizzato da un forte richiamo alla tradizione ortodossa, ai simboli nazionali e alla questione del Kosovo.
Il tentativo di ricondurre la protesta alla richiesta originaria di giustizia per le vittime della tragedia ferroviaria non è riuscito a ricomporre completamente queste diverse sensibilità.
L’unità del movimento sembra oggi fondarsi soprattutto sull’opposizione comune al presidente Vučić più che su un progetto politico condiviso.
Il rapporto problematico con l’Unione Europea
Uno degli aspetti più controversi riguarda il rapporto con l’Unione Europea.
Durante le manifestazioni è frequente l’assenza di bandiere europee e ucraine, mentre diversi partecipanti hanno manifestato una forte diffidenza verso Bruxelles, in particolare per il progetto minerario di Jadar dedicato all’estrazione del litio.
Parallelamente, alcuni esponenti del fronte pro-europeo sottolineano come proprio l’Unione Europea abbia contribuito negli ultimi anni a frenare alcune riforme considerate potenzialmente lesive dell’indipendenza della magistratura, attraverso il dialogo istituzionale e il coinvolgimento della Commissione di Venezia.
Questa posizione evidenzia un evidente paradosso: una parte significativa del movimento critica apertamente l’Unione Europea pur beneficiando indirettamente del ruolo svolto dalle istituzioni europee nel processo di avvicinamento della Serbia agli standard dello Stato di diritto.
Il peso crescente di Russia e Cina
Parallelamente, il dibattito pubblico dedica molta meno attenzione all’influenza esercitata da Russia e Cina.
Negli ultimi anni Pechino ha consolidato una presenza economica significativa attraverso investimenti strategici nell’industria siderurgica, nelle miniere di Bor e in numerosi stabilimenti manifatturieri, tra cui il grande impianto Linglong di Zrenjanin.
Diverse organizzazioni internazionali hanno più volte espresso preoccupazione riguardo alle condizioni di lavoro in alcuni di questi siti industriali, denunciando possibili violazioni dei diritti dei lavoratori.
Anche la presenza politica e culturale russa continua a mantenere un peso rilevante nella società serba, soprattutto attraverso i legami storici, religiosi e mediatici.
La questione universitaria
Le proteste hanno avuto effetti anche sul sistema universitario.
Dopo lunghi mesi di occupazione degli atenei, molti studenti hanno sostenuto gli esami nell’ambito di sessioni straordinarie concordate con i vertici universitari.
La scelta ha suscitato un acceso dibattito sulla qualità della formazione e sul valore del percorso accademico.
Contemporaneamente, la Serbia non partecipa più alle rilevazioni internazionali PISA, elemento che rende più difficile valutare comparativamente il livello del sistema scolastico rispetto agli standard europei.
Il ritorno del consenso per Vučić
Nel frattempo il presidente Vučić ha rafforzato la propria strategia politica.
Accanto a una linea più dura nei confronti di parte del mondo universitario, il governo continua a puntare su investimenti infrastrutturali, ammodernamento delle reti ferroviarie, interventi sulle strade e aumenti delle pensioni.
In un Paese dove il divario tra aree urbane e rurali rimane elevato e molte famiglie affrontano ancora difficoltà economiche significative, queste promesse risultano particolarmente efficaci sul piano elettorale.
La contrapposizione appare ormai netta: da una parte una Serbia urbana, più giovane e maggiormente mobilitata nelle proteste; dall’altra una Serbia periferica, anziana e più incline a sostenere l’attuale presidente.

Una società sempre più polarizzata
Il dato forse più significativo non riguarda soltanto il confronto tra governo e opposizione, ma il clima politico che attraversa l’intero Paese.
La polarizzazione è diventata estrema. Nel dibattito pubblico prevale spesso una logica binaria: sostenere il movimento studentesco oppure schierarsi con il presidente Vučić.
Le posizioni intermedie, comprese quelle apertamente favorevoli a una più forte integrazione europea, faticano a trovare spazio nel confronto politico e mediatico.
In questo contesto, la Serbia continua a vivere una fase di forte tensione istituzionale e sociale. Le future elezioni rappresenteranno un banco di prova decisivo non solo per la permanenza al potere di Aleksandar Vučić, ma anche per verificare se il movimento nato dalla tragedia di Novi Sad riuscirà a trasformarsi in una proposta politica capace di superare la protesta e offrire una concreta alternativa di governo.
Al momento, tuttavia, il Paese resta sospeso tra una domanda diffusa di cambiamento e una profonda frammentazione politica, in un equilibrio che rende ancora lontana la prospettiva di una piena normalizzazione democratica.
