Mogol compie 90 anni, l’uomo che cambiò la canzone italiana

Da Battisti a Cocciante, passando per Dylan e Bowie: Mogol compie 90 anni dopo aver trasformato parole ed emozioni in patrimonio della musica italiana.

Ci sono autori che scrivono canzoni e altri che, quasi senza accorgersene, finiscono per scrivere una parte della memoria collettiva di un Paese. Mogol compie 90 anni oggi, 17 agosto, portando con sé un patrimonio artistico che attraversa oltre sei decenni di musica italiana. Giulio Rapetti, questo il suo nome all’anagrafe, ha legato la propria firma a 1.776 brani depositati alla Siae e, secondo i dati ricordati dallo stesso autore sul palco di Sanremo 2026, a 523 milioni di dischi venduti nel mondo. Numeri che raccontano soltanto una parte di una storia molto più grande: quella di parole diventate emozioni, ricordi, amori e frammenti di vita per generazioni di italiani.

Novant’anni, per Mogol, sembrano soprattutto una misura anagrafica. Il senso della sua esistenza lo aveva sintetizzato pochi mesi fa presentando l’autobiografia Senza paura. La mia vita, pubblicata da Salani: il desiderio di vivere pienamente, affrontando le situazioni senza lasciarsi dominare dalla paura. Una filosofia che aiuta a comprendere non soltanto l’uomo, ma anche l’autore capace di cercare continuamente nuovi linguaggi, interpreti e strade creative.

Mogol compie 90 anni: una vita dentro la musica

La musica era già nell’orizzonte familiare di Giulio Rapetti. Il padre Mariano lavorava alla Ricordi e scriveva testi con lo pseudonimo Calibi. Il giovane Giulio entrò presto nel mondo discografico e nel 1959 adottò lo pseudonimo destinato a diventare uno dei nomi più riconoscibili della cultura popolare italiana.

Il 1960 segnò l’inizio ufficiale della sua attività d’autore. Sul palco dell’Ariston, nel febbraio scorso, Carlo Conti gli ha consegnato anche un riconoscimento legato a Precipito!, indicata come la sua prima canzone depositata, il 2 febbraio 1960. Negli stessi anni arrivarono le collaborazioni con Carlo Donida e brani come Briciole di baci, interpretato da Mina. Nel 1961 Al di là, firmata con Donida e cantata da Betty Curtis, conquistò il Festival di Sanremo.

Era soltanto l’inizio.

Durante gli anni Sessanta la firma di Mogol cominciò ad apparire su una quantità impressionante di successi: Il Paradiso, Sono bugiarda, Sognando la California, Senza luce, Io ho in mente te, 29 settembre, A chi, Ma che colpa abbiamo noi, E la pioggia che va, La spada nel cuore. Canzoni diverse per interpreti e atmosfere, unite dalla capacità dell’autore di rendere immediatamente comprensibile un sentimento senza impoverirlo.

Anche il confronto con la musica internazionale fu importante. Mogol lavorò sulle versioni italiane di celebri composizioni straniere, comprese canzoni di Bob Dylan. Blowin’ in the Wind divenne La risposta è caduta nel vento, interpretata da Luigi Tenco, mentre Mr. Tambourine Man si trasformò in Mister Tamburino.

Emblematico rimane il caso di David Bowie. Quando Space Oddity arrivò in Italia, Mogol ne riscrisse completamente il significato: Ragazzo solo, ragazza sola abbandonò Major Tom e il viaggio nello spazio per raccontare una storia sentimentale. Una scelta che oggi può sorprendere, ma che restituisce bene un’epoca nella quale l’adattamento italiano poteva diventare una nuova opera più che una traduzione letterale.

L’incontro con Lucio Battisti e la rivoluzione

Poi arrivò Lucio Battisti.

È difficile individuare nella storia della musica leggera italiana un sodalizio capace di incidere altrettanto profondamente sul linguaggio, sul costume e sull’immaginario nazionale. L’incontro tra Mogol e Battisti non produsse soltanto una sequenza di successi: modificò il modo stesso di raccontare i sentimenti attraverso una canzone.

Emozioni, Il mio canto libero, Acqua azzurra, acqua chiara, I giardini di marzo, Ancora tu, Sì, viaggiare, Con il nastro rosa, La canzone del sole, Pensieri e parole: titoli che hanno superato il confine della discografia per entrare nel linguaggio quotidiano.

La forza di quella collaborazione nasceva da un equilibrio irripetibile. Da una parte la ricerca musicale di Battisti, la voce non convenzionale, le soluzioni armoniche e ritmiche; dall’altra la scrittura di Mogol, capace di raccontare il desiderio, la gelosia, l’abbandono, la libertà e la fragilità attraverso immagini apparentemente semplici.

Una semplicità, però, soltanto apparente.

Nei testi di Mogol la quotidianità diventava materia poetica. Un prato, una motocicletta, una collina, un viaggio, un nastro rosa o un cielo potevano trasformarsi nel punto d’accesso a una dimensione emotiva più profonda. Non servivano parole solenni: bastava trovare quelle giuste.

Fu anche Mogol a sostenere Battisti come interprete delle proprie composizioni, contribuendo all’affermazione di una voce inizialmente considerata poco convenzionale rispetto ai canoni discografici dell’epoca. Insieme diedero inoltre vita alla Numero Uno, etichetta destinata ad avere un ruolo importante nella musica italiana.

Il sodalizio terminò nel 1980. La separazione artistica aprì due percorsi profondamente differenti: Battisti avrebbe progressivamente scelto la sperimentazione e una vita sempre più lontana dall’esposizione pubblica; Mogol avrebbe continuato a scrivere, incontrando altri protagonisti della canzone.

Dopo Battisti, una nuova stagione di successi

Ridurre Mogol agli anni trascorsi accanto a Battisti sarebbe tuttavia ingiusto. Dopo quella straordinaria stagione arrivarono altre collaborazioni capaci di lasciare un segno.

Con Riccardo Cocciante firmò pagine importanti come Cervo a primavera e Se stiamo insieme, brano che vinse Sanremo nel 1991. Con Mango nacquero canzoni come Oro e Come Monna Lisa. Il rapporto artistico con Gianni Bella contribuì invece alla realizzazione di brani destinati anche alla voce di Adriano Celentano, tra i quali L’emozione non ha voce.

Proprio una composizione interpretata da Celentano, Dormi amore, scritta con Gianni Bella, è stata indicata da Mogol come la sua preferita durante l’ultima apparizione sanremese. Una scelta legata alla dimensione più intima della sua vita e al sentimento per la moglie.

Nel corso della carriera sono arrivati inoltre incontri artistici con numerosi interpreti, da Patty Pravo a Ornella Vanoni, fino alle generazioni successive della musica italiana.

Ma l’eredità di Mogol non passa soltanto attraverso le canzoni già scritte. Con il CET, il Centro Europeo di Toscolano in Umbria, ha investito nella formazione di nuovi autori, compositori e interpreti, trasformando l’esperienza accumulata in decenni di lavoro in un patrimonio da trasmettere.

Sanremo e l’omaggio a una carriera straordinaria

Il rapporto con il Festival di Sanremo attraversa praticamente l’intera carriera dell’autore. Nel febbraio 2026 l’Ariston gli ha tributato una standing ovation in occasione del Premio alla carriera. Carlo Conti lo ha presentato con una definizione essenziale: «la storia della musica italiana».

Mogol, visibilmente emozionato, ha ricordato in quell’occasione le 1.776 canzoni depositate alla Siae e i 523 milioni di dischi venduti nel mondo. L’immagine dell’Ariston in piedi davanti a lui ha avuto il valore di un riconoscimento che andava oltre un singolo premio: era l’omaggio a un autore le cui parole appartengono ormai anche a chi le ha ascoltate.

Una carriera così lunga non è stata naturalmente priva di contrasti. Negli anni sono emerse dispute sulla paternità e sull’attribuzione di alcuni brani, così come controversie legate al repertorio di Battisti. Anche alcune dichiarazioni pubbliche di Mogol hanno alimentato discussioni e interpretazioni politiche. Lui ha sempre respinto una lettura ideologica della propria attività artistica, rivendicando l’autonomia della musica dalle appartenenze.

È forse anche questa capacità di attraversare epoche molto diverse a spiegare la durata della sua figura pubblica.

Novant’anni di pensieri e parole

Mogol compie 90 anni, ma le sue canzoni sembrano sottrarsi al calendario. Continuano a essere ascoltate, reinterpretate, trasmesse e cantate da persone nate molti decenni dopo la loro pubblicazione.

È questo, probabilmente, il dato più significativo della sua carriera. I numeri raccontano il successo; la permanenza delle parole racconta invece il valore culturale di un autore.

Mogol ha contribuito a portare la canzone italiana fuori da una scrittura rigidamente convenzionale, facendola entrare nelle contraddizioni dell’esistenza quotidiana. Ha raccontato l’amore senza idealizzarlo sempre, la libertà senza trasformarla in uno slogan, la malinconia senza renderla retorica. Ha saputo osservare piccoli gesti e convertirli in immagini nelle quali milioni di persone hanno riconosciuto qualcosa di sé.

A novant’anni Giulio Rapetti può guardare indietro e vedere molto più di quasi 1.800 titoli. Può vedere pezzi di vita disseminati nella memoria degli altri.

Perché alcune canzoni appartengono a chi le scrive soltanto fino al momento in cui vengono pubblicate. Poi passano di mano, entrano nelle case, accompagnano amori, separazioni, viaggi e ritorni. Diventano memoria.

Ed è forse qui che si trova la misura più autentica dell’eredità di Mogol: avere trasformato pensieri e parole in qualcosa che, dopo sessant’anni, continua ancora a parlare agli italiani.