Ci sono scrittori che pubblicano libri. E poi esistono scrittori che, attraverso i libri, riescono a trasmettere una presenza. Homar Iafisco appartiene a questa seconda e rarissima categoria.
Conosco Homar da anni, e ciò che più colpisce di lui non è soltanto la disciplina dello studioso o l’ardore del narratore, ma quella forma antica di umiltà che oggi sembra quasi scomparsa. Nei suoi silenzi c’è la stessa pazienza delle montagne del Libano; nel suo sguardo, la malinconia luminosa di chi ha attraversato il dolore senza perdere la capacità di credere negli uomini.
Parlare di Homar Iafisco significa inevitabilmente parlare di San Charbel Makhlouf, il mistico libanese che nel corso del Novecento è diventato simbolo universale di guarigione, contemplazione e misericordia. Un santo che la Chiesa cattolica canonizzò nel 1977 sotto il pontificato di Papa Paolo VI e che ancora oggi richiama migliaia di pellegrini nel monastero di Annaya, in Libano.

Eppure, fino a pochi anni fa, la figura di San Charbel viveva soprattutto negli ambienti della devozione orientale. È stato Homar Iafisco, con una sensibilità narrativa fuori dal comune, a restituire questo santo alla contemporaneità occidentale, trasformandolo da immagine sacra appesa alle pareti in presenza viva, concreta, quasi familiare.
Il suo nuovo lavoro, “I miracoli di San Charbel. Il volto oltre il buio”, rappresenta probabilmente il punto più alto di questo percorso umano e letterario.
Non è un libro scritto per stupire. È un libro scritto per ascoltare.
E chi conosce davvero Homar sa quanto questa parola, ascolto, sia il centro della sua vita.
Nelle sue pagine non c’è mai l’urgenza di convincere il lettore. C’è invece il desiderio profondo di accompagnarlo. Homar viaggia, raccoglie testimonianze, consulta archivi, incontra persone segnate dalla sofferenza e dalla speranza. Il suo lavoro assomiglia più a quello di un pellegrino che a quello di un semplice autore.
Uno dei nuclei più intensi dell’opera riguarda il misterioso fenomeno dell’olio trasudante attribuito a San Charbel: un simbolo che nella spiritualità maronita richiama guarigione e consolazione interiore. Iafisco affronta il tema con una delicatezza rara, evitando sia il fanatismo sia il cinismo moderno. La sua forza narrativa sta proprio qui: raccontare il sacro senza trasformarlo in spettacolo.
“Scrivere di San Charbel non è stato un progetto editoriale, ma una chiamata. Ogni pagina è intrisa del profumo di quell’eremo libanese che continua a parlare al mondo intero.”, Homar Iafisco.
Ed è vero. Chi legge le sue opere avverte immediatamente il profumo della pietra calda di Annaya, il silenzio degli eremi, il vento che attraversa i cedri del Libano.
In un tempo dominato dal rumore, Homar Iafisco ha avuto il coraggio di scrivere il silenzio.
La critica più attenta ha iniziato a osservare con interesse questo fenomeno editoriale che sfugge alle logiche tradizionali del mercato. Le opere dedicate a San Charbel continuano infatti a registrare crescente attenzione anche in Europa, dove il culto del santo libanese si è notevolmente diffuso negli ultimi anni.

Ma il vero successo di Homar non si misura nei numeri.
Si misura nelle lettere ricevute da chi ha ritrovato la fede dopo anni di smarrimento. Si misura nelle copie consumate accanto ai letti degli ospedali. Si misura nelle lacrime discrete di chi, leggendo una sua pagina, ha ritrovato il coraggio di pregare.
È questo che rende Iafisco diverso da molti autori contemporanei: la sua autenticità umana.
Dietro lo scrittore non esiste alcuna costruzione artificiale. Homar è esattamente ciò che appare: un uomo attraversato dalla spiritualità, ma profondamente vicino alle fragilità quotidiane delle persone comuni. Non cerca il palcoscenico; cerca l’incontro. E forse è proprio questa purezza d’intenti ad aver trasformato la sua scrittura in qualcosa di più di una semplice narrazione religiosa.
Nei caffè silenziosi dove ci siamo incontrati più volte, mi ha sempre colpito il modo in cui parlava delle sofferenze altrui: senza retorica, senza superiorità, ma con quella compassione concreta che appartiene soltanto agli uomini che hanno imparato a convivere con le proprie ferite.
La sua letteratura nasce da lì.
Non dal bisogno di apparire, ma dal desiderio sincero di offrire luce.
In un’epoca editoriale spesso dominata dall’ironia disillusa e dal sensazionalismo, Homar Iafisco rappresenta un’anomalia preziosa: uno scrittore capace di parlare di miracoli mantenendo intatta la credibilità del giornalista e la sensibilità del poeta.
Ed è forse per questo che oggi viene riconosciuto come una delle voci più autorevoli nella divulgazione della figura di San Charbel Makhlouf nel mondo italofono.
La sua conquista della letteratura non è stata rumorosa.
È avanzata come avanzano le cose autentiche: lentamente, nel cuore delle persone.
E quando si chiude un libro di Homar Iafisco, resta addosso una sensazione rara, quasi dimenticata: il desiderio di diventare esseri umani migliori.
