Fine vita, passa Liberi subito con 32 sì: il Veneto è la prima regione di centrodestra ad approvarla. Zaia: «Atto di responsabilità».
Il fine vita cambia il confronto politico in Veneto e apre un passaggio significativo nel dibattito nazionale. Il Consiglio regionale ha approvato il 2 settembre la proposta di iniziativa popolare «Liberi subito», dedicata alle procedure per l’assistenza sanitaria al suicidio medicalmente assistito. Il provvedimento ha ottenuto 32 voti favorevoli, 14 contrari e 5 astensioni, secondo il resoconto pubblicato sul sito dell’assemblea.

Il Veneto diventa così la quarta regione italiana ad approvare una disciplina in materia e la prima amministrata dal centrodestra. Un risultato che assume rilievo anche per la composizione della maggioranza: il consenso è maturato attraverso appartenenze diverse, mentre la coalizione di governo si è divisa su una questione che investe convinzioni personali, responsabilità pubbliche e tutela della sofferenza.
Fine vita, dalla bocciatura del 2024 al via libera
Il voto arriva dopo due giornate di discussione e un percorso iniziato con la mobilitazione promossa dall’associazione Luca Coscioni, sostenuta dalla raccolta di circa novemila firme. Nel gennaio 2024, la proposta era stata fermata per un solo voto. Oltre due anni e mezzo dopo, lo stesso progetto torna al centro dell’attività legislativa e supera il passaggio in aula.
A rendere possibile l’intesa sono stati gli emendamenti approvati durante l’esame del testo, dieci dei quali presentati dal presidente della Regione, Alberto Stefani. Le modifiche hanno ridefinito alcuni aspetti del percorso sanitario, attribuendo particolare rilievo alle cure palliative e alle valutazioni professionali e bioetiche.
Il cambiamento rispetto al precedente scrutinio emerge anche dalla posizione di Anna Maria Bigon. La consigliera del Partito democratico, la cui astensione aveva pesato in modo determinante sulla bocciatura del 2024, questa volta ha votato a favore.
Gli emendamenti e il ruolo delle cure palliative
Stefani ha spiegato il proprio intervento richiamando la tutela della dignità umana e presentando le modifiche come una riformulazione del progetto nel senso del favor vitae. L’obiettivo dichiarato è assicurare l’accesso alle cure palliative, rendere centrali i pareri degli specialisti e salvaguardare la volontarietà del medico che presta assistenza.
Tra le novità figurano il parere rafforzato del palliativista all’interno della commissione chiamata a valutare le richieste e l’istituzione di un Comitato bioetico regionale, nominato dalla Giunta, con funzioni di indirizzo verso i comitati territoriali di pratica clinica. Sono inoltre previste la priorità alle cure palliative e l’informazione sulla possibilità di avvalersene al momento della domanda.
Il rilievo assegnato a questi strumenti riguarda la qualità del percorso decisionale. Una scelta consapevole richiede che la persona conosca le forme di assistenza disponibili e possa confrontarsi con professionisti in grado di valutare la sua condizione. È su questo terreno che il testo cerca un equilibrio tra autodeterminazione e protezione della fragilità.
Zaia: «Un atto di responsabilità»
Luca Zaia, presidente del Consiglio regionale e da tempo favorevole alla proposta, ha definito il confronto una «discussione profonda e complessa», capace di coinvolgere le coscienze prima delle appartenenze politiche.
Per l’esponente leghista, l’approvazione rappresenta «un risultato importante e un atto di responsabilità del Consiglio regionale». L’assemblea, ha osservato, ha scelto di dare una risposta concreta a persone che affrontano condizioni di sofferenza estrema.
La sua lettura insiste sulla libertà di coscienza: i temi etici, sostiene, attraversano gli schieramenti e non possono essere ricondotti automaticamente alla disciplina di partito. È una posizione che trova riscontro nell’esito della votazione, costruito attraverso convergenze e dissensi interni alle forze politiche.
Le parole di Zaia e quelle di Stefani mettono dunque in evidenza accenti differenti: la necessità di rispondere alle richieste dei malati, da una parte; il rafforzamento delle garanzie e dell’assistenza, dall’altra.
Il centrodestra si divide in aula
I nove consiglieri di Fratelli d’Italia hanno votato compattamente contro. Forza Italia ha lasciato libertà di coscienza, registrando un voto favorevole e due astensioni.
Nella Lega si sono opposti il capogruppo Riccardo Barbisan e Filippo Rigo. Contrari anche i due rappresentanti di Resistere Veneto e Stefano Valdegamberi, che durante la prima giornata aveva tentato di ottenere il rinvio del provvedimento in commissione. Tra gli astenuti figura inoltre il rappresentante dell’Udc.
Questa distribuzione dei consensi rende il passaggio veneto politicamente significativo. La legge è stata approvata in una regione guidata dal centrodestra, ma attraverso una convergenza che supera il perimetro della coalizione. Il dissenso resta esplicito e riguarda il significato stesso della tutela della persona nelle condizioni di maggiore vulnerabilità.
Il quadro giuridico e i limiti regionali
Per comprendere la portata del voto occorre richiamare il quadro costituzionale. Con la sentenza 242 del 2019, la Consulta ha individuato una circoscritta area di non punibilità dell’aiuto al suicidio, subordinata a condizioni precise: patologia irreversibile, sofferenze fisiche o psicologiche ritenute intollerabili, dipendenza da trattamenti di sostegno vitale e capacità di assumere decisioni libere e consapevoli.
L’accertamento dei requisiti e delle modalità deve coinvolgere una struttura pubblica del Servizio sanitario nazionale, previo parere del comitato etico competente. L’intervento veneto si colloca quindi entro un sistema di condizioni e verifiche già delineato dalla giurisprudenza costituzionale.
Anche la competenza delle Regioni incontra confini precisi. Nella sentenza 204 del 2025, relativa alla disciplina toscana, la Corte ha riconosciuto spazi di intervento nell’organizzazione sanitaria, dichiarando però illegittime alcune disposizioni, comprese quelle sui termini stringenti delle verifiche. È un precedente essenziale per leggere le normative territoriali distinguendo gli aspetti organizzativi dalle materie riservate allo Stato.
Le associazioni e le voci contrarie
Alla votazione hanno assistito alcuni attivisti dell’associazione Luca Coscioni, tra cui l’avvocata e segretaria Filomena Gallo. Nella prima giornata erano presenti anche il tesoriere Marco Cappato e Cristina Gheller, sorella di Stefano, morto a causa della distrofia muscolare dopo avere ottenuto il via libera al fine vita.
Cappato ha accolto l’approvazione come una scelta rispettosa dei diritti e delle libertà di chi soffre. Sul fronte opposto, Pro Vita ha espresso una dura condanna, dopo il presidio organizzato davanti a palazzo Ferro Fini, denunciando un arretramento nella protezione dell’esistenza e contestando il comportamento di alcuni consiglieri del centrodestra.
Il patriarca di Venezia, Francesco Moraglia, ha manifestato amarezza, affermando che «la percezione della dignità della vita umana appare da oggi meno tutelata».
Sono reazioni che mostrano quanto resti profonda la distanza tra le diverse sensibilità. La dignità è il riferimento comune, ma divergono le valutazioni sugli strumenti necessari a garantirla.
La responsabilità dopo il voto
L’approvazione apre una fase nella quale il giudizio pubblico dovrà misurarsi anche con la qualità dell’assistenza: informazioni comprensibili, valutazioni rigorose, accessibilità delle cure e attenzione alle famiglie.
Il fine vita continuerà a interrogare istituzioni, comunità sanitaria e società civile. Il passaggio veneto consegna alla politica una responsabilità concreta: dare seguito alle decisioni senza ridurre le persone a simboli di una contrapposizione. Nelle condizioni di sofferenza, la credibilità delle istituzioni si misura anche dalla capacità di ascoltare, accompagnare e rendere effettive le garanzie previste.
