Epatite virale, allarme globale: 287 milioni di persone convivono con l’infezione

Nel mondo circa 287 milioni di persone convivono con un’epatite virale cronica, mentre molte infezioni restano ancora oggi non diagnosticate. Secondo i dati richiamati in occasione della Giornata mondiale dell’epatite, nel 2024 la malattia avrebbe causato circa 1,3 milioni di decessi, confermandosi tra le infezioni più letali a livello internazionale. 

La situazione più preoccupante riguarda l’epatite B, alla quale sarebbe collegato circa l’85% dei decessi complessivi. Dal 2015 le morti associate a questa infezione sarebbero aumentate del 17%, soprattutto a causa dei ritardi nella diagnosi e delle difficoltà di accesso alle terapie. 

Il problema delle infezioni non diagnosticate

Uno dei principali ostacoli alla lotta contro le epatiti virali è rappresentato dal cosiddetto “sommerso”. Molte persone possono convivere per anni con il virus senza manifestare sintomi evidenti e ricevere una diagnosi soltanto quando sono già presenti complicanze epatiche avanzate.

Per questo motivo, screening e diagnosi precoce restano strumenti essenziali. L’obiettivo indicato dall’Organizzazione mondiale della sanità è ridurre entro il 2030 del 90% le nuove infezioni e del 65% la mortalità correlata, attraverso prevenzione, controlli e accesso alle cure. 

Cinque virus che colpiscono il fegato

Sono cinque i principali virus responsabili delle epatiti: A, B, C, D ed E.

L’epatite A provoca generalmente infezioni acute e non diventa cronica, ma continua a rappresentare un problema sanitario in molte aree del mondo. Nel 2023 avrebbe causato circa 35.600 decessi.

Anche l’epatite E è considerata una minaccia emergente. Nei Paesi industrializzati può essere associata al consumo di carne suina o selvaggina cruda o poco cotta e può diventare particolarmente grave nelle donne in gravidanza e nelle persone immunodepresse. 

Vaccini e prevenzione

La vaccinazione rappresenta uno dei principali strumenti di prevenzione, soprattutto contro l’epatite B. Il vaccino ha contribuito a ridurre sensibilmente infezioni, complicanze epatiche e mortalità.

Permangono però forti differenze tra le diverse aree del mondo. La copertura globale della dose di vaccino contro l’epatite B somministrata nelle prime 24 ore di vita sarebbe pari a circa il 45%, scendendo sotto il 20% nella Regione africana. 

Le criticità sono legate soprattutto alle disuguaglianze nell’accesso ai servizi sanitari, alla carenza di risorse e alla scarsa integrazione tra programmi vaccinali e assistenza materno-infantile.

Le nuove terapie

Negli ultimi anni i progressi della medicina hanno cambiato radicalmente le prospettive per molti pazienti.

Per l’epatite C, gli antivirali ad azione diretta consentono oggi tassi di guarigione superiori al 95%, riducendo il rischio di cirrosi, tumore del fegato e trasmissione dell’infezione.

Anche per le epatiti B e D sono disponibili farmaci capaci di limitare la replicazione del virus e rallentare la progressione della malattia. Tuttavia, l’accesso alle cure resta insufficiente: nel 2024 meno del 5% delle persone con epatite B avrebbe ricevuto una terapia antivirale e soltanto circa il 20% dei pazienti con epatite C avrebbe avuto accesso a un trattamento curativo. 

La diagnosi resta decisiva

La sfida principale non è soltanto disporre di vaccini e terapie efficaci, ma riuscire a farli arrivare alle persone che ne hanno bisogno.

Screening, diagnosi tempestiva e presa in carico del paziente devono essere inseriti in un percorso sanitario integrato. Individuare le infezioni non riconosciute significa prevenire complicanze gravi, ridurre la diffusione dei virus e avvicinarsi all’obiettivo di eliminare le epatiti virali come minaccia per la salute pubblica.