Il presidente di ANFIA Roberto Vavassori propone un dazio europeo dell’80% oltre una determinata quota di importazioni cinesi. Dietro lo scontro sulle automobili c’è una partita molto più grande: chi controllerà l’industria europea del futuro?
Una percentuale basta per trasformare una discussione industriale in una questione politica: 80%.
Il presidente dell’ANFIA, Roberto Vavassori, ha proposto che l’Unione Europea applichi un dazio dell’80% alle automobili e ai componenti prodotti in Cina per le importazioni eccedenti una soglia corrispondente all’8% delle immatricolazioni europee annuali.

Si tratta, è bene precisarlo, di una proposta dell’associazione italiana della filiera automotive, non di un nuovo provvedimento approvato dall’Unione Europea.
La proposta arriva però in un momento particolarmente delicato.
Secondo i dati ACEA citati da Reuters, le automobili dei marchi cinesi hanno superato il 9% del mercato UE nella prima metà del 2026.
Il problema non sono soltanto le automobili
Guardare esclusivamente alle vetture finite rischia però di far perdere il vero significato dello scontro.
Secondo Vavassori, i componenti rappresentano circa l’80% del valore di un’automobile.
Significa che il problema riguarda migliaia di aziende che producono elettronica, meccanica, sistemi di trasmissione, materiali, componentistica, software e servizi industriali.
Ed è qui che entra direttamente in gioco l’Italia.
La nostra economia ospita una vasta filiera di fornitori automotive che lavora non soltanto per i produttori italiani, ma anche per i grandi gruppi tedeschi e internazionali.
Vavassori ha ricordato che nel 2025 i fornitori italiani del settore hanno esportato verso la Germania prodotti per circa 4,9 miliardi di euro e ha prospettato uno scenario estremamente severo: senza misure di protezione, l’export italiano di componenti potrebbe diminuire del 40-50% entro il 2028. È una previsione dell’ANFIA, non una stima istituzionale europea, ma fotografa bene il livello di preoccupazione della filiera.
Protezionismo o difesa industriale?
Qui nasce il vero dibattito.
L’Europa deve proteggere le proprie aziende oppure deve lasciare che sia il mercato a premiare chi produce meglio e a costi inferiori?
I sostenitori dei dazi sostengono che la competizione non avvenga ad armi pari quando le imprese si confrontano con sistemi produttivi caratterizzati da differenti costi energetici, aiuti pubblici e catene di fornitura.
I critici possono invece osservare che barriere troppo elevate rischiano di aumentare i prezzi delle automobili per i consumatori europei e ridurre la pressione sull’industria continentale affinché innovi più velocemente.
L’Unione Europea dispone già di dazi aggiuntivi sui veicoli elettrici prodotti in Cina, con livelli differenti a seconda del produttore e un carico complessivo che può arrivare intorno al 45%.
Portare la protezione all’80% rappresenterebbe quindi un salto politico enorme.
Dietro le automobili c’è la sovranità industriale
La questione non riguarda soltanto BYD, Volkswagen, Stellantis o qualsiasi altro marchio.
Riguarda una domanda molto più profonda:
l’Europa vuole continuare a essere un continente che produce tecnologia industriale oppure accetta progressivamente di diventare soprattutto un mercato nel quale altri vendono la propria?
Automotive, batterie, semiconduttori, intelligenza artificiale ed energia stanno trasformando la competizione economica in una questione di potere geopolitico.
Per questo la proposta italiana sui dazi merita di essere discussa anche se non dovesse mai diventare legge.
Perché dietro quell’80% c’è una delle domande decisive dei prossimi anni: quanto vale, per l’Europa, conservare la propria capacità di produrre?
