La Russia che piaceva all’Occidente: debole, svenduta e con gli oligarchi al comando

Per comprendere davvero la Russia contemporanea, il suo rapporto conflittuale con l’Occidente e una parte del consenso costruito da Vladimir Putin, bisogna tornare agli anni Novanta.

Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, il Paese guidato da Boris Eltsin attraversò una trasformazione radicale: l’economia pianificata venne smantellata rapidamente, il patrimonio pubblico fu privatizzato e una ristrettissima cerchia di uomini d’affari conquistò ricchezze e influenza politica senza precedenti.

Petrolio, metalli, banche, industrie e mezzi d’informazione finirono, in numerosi casi, sotto il controllo di pochi gruppi privati.

Il dato sulle origini ebraiche degli oligarchi

Esiste un elemento storico delicato, frequentemente utilizzato in modo strumentale e per questo da affrontare con particolare precisione.

Nel libro The Jewish Century, lo storico Yuri Slezkine osserva che sei dei sette principali oligarchi affermatisi nella Russia degli anni Novanta erano ebrei per origine familiare o appartenenza etnica: Petr Aven, Boris Berezovsky, Mikhail Fridman, Vladimir Gusinsky, Mikhail Khodorkovsky e Alexander Smolensky. Il settimo indicato era Vladimir Potanin. La ricostruzione è ripresa anche da una pubblicazione di cultura ebraica che ne approfondisce il contesto storico. Jewish Currents

Questo dato, tuttavia, non autorizza a sostenere che “gli ebrei conquistarono la Russia” né attribuisce alla comunità ebraica una responsabilità collettiva.

Gli oligarchi non agivano in rappresentanza di una religione o di un popolo. Erano uomini d’affari inseriti in un sistema economico e politico che consentì a pochissime persone, di origini differenti, di impadronirsi di beni strategici.

Il problema storico non fu dunque la loro origine, ma la quantità di potere economico, mediatico e politico accumulata.

Confondere i due piani significherebbe sostituire l’analisi del potere con una generalizzazione etnica priva di fondamento.

La grande svendita del patrimonio sovietico

La dissoluzione dell’URSS lasciò la Russia con un apparato produttivo enorme, ma anche con istituzioni fragili, conti pubblici in difficoltà, inflazione, corruzione e una popolazione duramente colpita dalla transizione economica.

Il passaggio al mercato fu sostenuto anche dalle istituzioni finanziarie internazionali e da una parte consistente dell’establishment occidentale. L’idea dominante era che fosse necessario privatizzare velocemente, creare una classe imprenditoriale e impedire un ritorno al sistema comunista.

La rapidità della trasformazione, tuttavia, produsse conseguenze sociali drammatiche e offrì opportunità straordinarie a chi disponeva già di relazioni politiche, banche, capitali e accesso privilegiato alle informazioni.

Non nacque un capitalismo aperto e competitivo, ma un sistema nel quale la vicinanza al potere poteva valere più dell’efficienza imprenditoriale.

Il meccanismo dei “loans for shares”

Il passaggio decisivo avvenne nel 1995 con il programma conosciuto come “loans for shares”, letteralmente “prestiti in cambio di azioni”.

Il governo, bisognoso di denaro, riceveva prestiti da alcune banche private. In cambio consegnava, come garanzia, partecipazioni in imprese statali di importanza strategica attive soprattutto nei settori petrolifero, metallurgico e dei trasporti.

Qualora lo Stato non avesse restituito i prestiti, le azioni avrebbero potuto essere vendute. In questo modo, partecipazioni in aziende di enorme valore passarono progressivamente sotto il controllo di gruppi bancari privati.

Tra le imprese coinvolte figuravano colossi come Yukos, Norilsk Nickel, Lukoil, Surgutneftegas e Novolipetsk Steel.

Secondo una ricostruzione del Fondo monetario internazionale, soltanto poche banche — tutte caratterizzate da stretti rapporti con il governo — riuscirono ad aggiudicarsi le operazioni. Sebbene formalmente potessero partecipare anche soggetti stranieri, diverse aste furono organizzate in modo da favorire istituti già selezionati. Fondo monetario internazionale

Quando il controllore coincideva con il vincitore

L’aspetto più controverso riguardava l’organizzazione delle aste.

In diversi casi le banche incaricate di gestire la procedura erano collegate agli stessi gruppi interessati ad acquistare le partecipazioni. Potevano quindi esaminare le offerte, applicare requisiti particolarmente restrittivi ed escludere i concorrenti per motivi tecnici.

La competizione risultava così fortemente limitata.

Non si trattava semplicemente di vendere male un’azienda pubblica: il sistema permetteva ad alcuni soggetti privilegiati di svolgere contemporaneamente il ruolo di organizzatori, finanziatori e beneficiari dell’operazione.

L’economista Daniel Treisman, in uno studio pubblicato dal National Bureau of Economic Research, ha concluso che l’esecuzione del programma apparve effettivamente corrotta. Lo stesso studio invita però a non semplificare eccessivamente la vicenda: secondo Treisman, alcune valutazioni economiche non furono necessariamente tanto lontane dagli standard internazionali quanto sostenuto dalla narrazione più diffusa, e alcune aziende privatizzate migliorarono successivamente le proprie prestazioni. National Bureau of Economic Research

Gli oligarchi entrarono anche nella politica

Le fortune accumulate non rimasero confinate all’economia.

I nuovi magnati possedevano banche, televisioni, giornali, società petrolifere e industrie strategiche. La loro capacità di condizionare l’informazione e finanziare la politica divenne determinante, soprattutto in prossimità delle elezioni presidenziali del 1996.

La Russia formalmente democratica rischiò così di trasformarsi in un sistema nel quale un gruppo ristretto di uomini poteva influenzare il governo, orientare l’opinione pubblica e difendere i propri interessi economici attraverso un rapporto diretto con il Cremlino.

Fu questa la Russia degli oligarchi: non una nazione controllata da una comunità religiosa, ma uno Stato indebolito nel quale la ricchezza pubblica e il potere politico finirono intrecciati nelle mani di pochi.

Perché quegli anni spiegano il successo di Putin

Quando Vladimir Putin arrivò al vertice dello Stato, poté presentarsi come l’uomo incaricato di ristabilire l’autorità pubblica dopo il caos dell’epoca Eltsin.

Il messaggio fu semplice: gli oligarchi avrebbero potuto conservare le proprie ricchezze soltanto rinunciando a sfidare direttamente il potere politico.

Alcuni accettarono. Altri furono colpiti, arrestati, costretti all’esilio o privati delle proprie aziende. Ma il risultato non fu la scomparsa dell’oligarchia: cambiò piuttosto il rapporto di forza. Se negli anni Novanta alcuni magnati potevano condizionare il Cremlino, nell’era Putin la grande ricchezza sarebbe dipesa sempre più dalla fedeltà al Cremlino.

La ricchezza restò concentrata. Fu il potere politico a tornare dominante.

Una pagina che l’Occidente dovrebbe ricordare

Negli anni Novanta molti governi occidentali considerarono la Russia di Eltsin un partner debole ma affidabile, impegnato nella transizione verso il mercato e integrabile nell’ordine internazionale guidato dagli Stati Uniti.

Quella trasformazione venne spesso celebrata come una vittoria del capitalismo e della democrazia. Molto meno spazio fu riservato alla povertà, alla perdita di sicurezza economica, alla corruzione e alla sensazione, diffusissima tra i russi, che il patrimonio costruito durante l’epoca sovietica fosse stato svenduto.

Questo non giustifica l’autoritarismo successivo né le scelte militari del Cremlino. Aiuta però a comprendere perché una parte della società russa abbia associato gli anni dell’apertura all’Occidente non alla libertà, ma al caos, all’umiliazione e alla perdita di sovranità.

Ed è proprio su quella memoria che Putin ha costruito una parte decisiva della propria legittimazione politica.