LUGLIO 1988, IL MESE CHE DECRETO’ L’INIZIO DELLA FINE DEL POOL ANTIMAFIA (E DELLE VITE DI FALCONE E BORSELLINO)

Mi sono ritrovato giorni fa, credo fosse il 15 luglio, a leggere, anzi a rileggere (perché lo avevo letto la prima volta durante la mia permanenza a Palermo negli anni 1991/1995 essendo, all’epoca, un Capitano della Guardia di Finanza in servizio nel capoluogo siciliano), il libro intervista a Giovanni Falcone della giornalista francese Marcelle Padovani. Interviste che furono fatte tra il maggio ed il giugno del 1991 – e che uscirono a settembre dello stesso anno, quindi appena 8 mesi prima del tragico attentato del 23 maggio 1992 a Capaci – con il titolo “Cose di Cosa Nostra”.

Mentre rileggevo questo documento verità del Giudice Falcone, coincidenza ha voluto che proprio questi giorni cadessero diversi altri anniversari “pesanti”, tutti concentrati nel mese di luglio del 1988: la durissima lettera di accuse che Falcone indirizzò al Consiglio Superiore della Magistratura ed al Presidente del Tribunale di Palermo il 30 luglio 1988;  le due famose interviste di Paolo Borsellino del 20 luglio 1988 ai quotidiani La Repubblica e l’Unità; le audizioni di Paolo Borsellino e dello stesso Giovanni Falcone al C.S.M. del 31 luglio ancora dello stesso anno.

Dal 20 al 31 luglio 1988 ci furono lettere, interviste e audizioni da parte di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, allo scopo evidente e disperato di denunciare pubblicamente quanto stava avvenendo sotto gli occhi di tutti e nel silenzio più assordante, e cioè lo smantellamento del Pool Antimafia, l’archiviazione di una intera stagione di lotta contro Cosa Nostra, e l’inizio di quell’isolamento che avrebbe poi portato agli omicidi dei due magistrati quattro anni dopo (23 maggio 1992 Capaci – 19 luglio 1992 Palermo).

Nella famosa lettera del 30 luglio, Giovanni Falcone chiedeva amaramente di essere assegnato ad altro Ufficio in dissenso con le scelte del nuovo Consigliere istruttore del Pool Antimafia, ed in cui denunciava le “infami calunnie ed una campagna denigratoria di inaudita bassezza” nei suoi riguardi, oltre a rappresentare che “quello che paventavo, è, purtroppo, avvenuto: le istruttorie nei processi di mafia si sono inceppate e quel delicatissimo congegno che è il “gruppo” c.d. “antimafia” dell’Ufficio Istruzione di Palermo… è ormai in fase di stallo. Paolo Borsellino, della cui amicizia mi onoro, ha dimostrato ancora una volta il suo senso dello Stato ed il coraggio, denunciando pubblicamente omissioni ed inerzie nella repressione del fenomeno mafioso che sono sotto gli occhi di tutti. Come risposta, è stata innescata una indegna manovra per tentare di stravolgere il profondo valore morale del suo gesto riducendo tutto ad una bega tra “cordate” di magistrati… Ciò non mi ferisce particolarmente, a parte il disgusto per chi è capace di tanta bassezza morale”.

Qualche giorno prima infatti, il 20 luglio 1988, dopo un convegno dove già aveva parlato di questi problemi nel totale silenzio della stampa locale, Paolo Borsellino aveva rilasciato due interviste a “La Repubblica” ed a “L’Unità”, che stavolta avevano fatto rumore, perché lanciate dalla stampa nazionale, in cui denunciava la resa dello Stato, visto che del Pool Antimafia erano rimaste soltanto macerie. Pool alla cui guida aveva aspirato Falcone, aspirazione bocciata dal C.S.M. a favore di Antonino Meli con nomina datata 19 gennaio 1988.

Per tutta risposta, Borsellino venne convocato in una audizione drammatica dal C.S.M. Un’audizione nel corso della quale il magistrato fece emergere la sua idea di lavoro e le tecniche investigative antimafia, al cui sviluppo aveva contribuito in maniera determinante prima del trasferimento a Marsala.

Borsellino si dichiarò “sinceramente preoccupato” non solo degli effetti sulla lotta alla mafia, ma anche per aver visto “perdere l’entusiasmo” a Giovanni Falcone “che di entusiasmo ne sa vendere a tutti”. 

Tornando al libro intervista di Falcone, viene effettivamente da domandarsi come sia stato possibile disperdere una tale inesauribile fonte di informazioni come quelle possedute da Giovanni Falcone dopo più di un decennio di lotta a Cosa Nostra: di conoscenza del fenomeno mafia, del rapporto tra mafia e società, dei collaboratori di giustizia, del molto particolare senso dell’onore che possedevano i mafiosi, delle guerre di mafia e tanto altro ancora, e che il libro solo in minima parte ovviamente poteva condensare in sei capitoli:

I Violenze

II Messaggi e messaggeri

III Contiguità

IV Cosa Nostra

V Profitti e perdite

VI Poteri e poteri

Un libro in cui risuona forte l’eco di alcuni passaggi lasciatici in eredità: “Non sono Robin Hood, né un kamikaze e tantomeno un trappista. Sono semplicemente un servitore dello Stato in terra infidelium“; “Certo dovremo ancora per lungo tempo confrontarci con la criminalità organizzata di stampo mafioso. Per lungo tempo, non per l’eternità: perché la mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi una fine”; “Non rimpiango niente, anche se a volte percepisco nei miei colleghi un comprensibile desiderio di tornare alla normalità…E allora mi sorprendo ad avere paura delle conseguenze di un simile atteggiamento: normalità significa meno indagini, meno incisività, meno risultati”.