Ci sono vocazioni che nascono sull’altare e altre che sembrano essere cominciate molto prima, nel momento in cui qualcuno ha scelto di fermarsi davanti alla fragilità di un altro essere umano. Quella di don Franco Romanetti appartiene a entrambe queste dimensioni: sacerdote e, allo stesso tempo, uomo dell’educazione, vicino soprattutto ai bambini, agli adolescenti e ai giovani che portano sulle spalle il peso di situazioni familiari difficili.
La sua ordinazione presbiterale, avvenuta in Calabria per imposizione delle mani di Sua Eccellenza Mons. Salvatore Costanzo, nell’ambito della Chiesa Cattolica Carismatica Italiana, rappresenta non soltanto l’inizio di un ministero sacerdotale, ma il proseguimento di un percorso umano e professionale costruito attorno a una parola semplice e impegnativa: accogliere.
Prima ancora del sacerdote, l’educatore
Don Franco Romanetti arriva infatti al sacerdozio portando con sé una significativa esperienza come pedagogo ed educatore.
Non è un dettaglio secondario.
Significa conoscere da vicino il linguaggio dei ragazzi, le loro paure, i silenzi che spesso gli adulti non riescono più a interpretare. Significa comprendere quanto possa essere profonda una ferita familiare e quanto, dietro un comportamento difficile, possano nascondersi una richiesta d’affetto, un bisogno di ascolto o semplicemente il desiderio di non sentirsi abbandonati.
Ed è proprio qui che la sua esperienza professionale incontra la vocazione religiosa.

Educare e servire diventano due aspetti dello stesso gesto.
Perché un sacerdote chiamato a stare accanto agli ultimi non può limitarsi alle parole: deve saper ascoltare, riconoscere una sofferenza prima ancora che venga raccontata, accompagnare senza giudicare.
I bambini sono il punto più fragile della società
Tra tutte le fragilità umane, quelle dei minori possiedono qualcosa di particolare.
Un adulto può almeno tentare di scegliere, difendersi, allontanarsi. Un bambino, invece, dipende quasi completamente dal mondo che gli adulti costruiscono attorno a lui.
Quando una famiglia attraversa una crisi, quando vengono meno punti di riferimento o quando prevalgono solitudine, incomprensione e disagio, sono spesso i più piccoli a pagare il prezzo più alto.
Eppure proprio ai bambini Gesù riserva nel Vangelo parole di straordinaria forza.
«Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite».
Non è soltanto una delle immagini più dolci del Vangelo.
È anche una responsabilità.
Ricorda alla Chiesa e alla società che una comunità si misura soprattutto dalla capacità di proteggere chi possiede meno strumenti per proteggere sé stesso.
Una tonaca che vuole stare vicino alle ferite
È in questa prospettiva che il ministero di don Franco Romanetti assume un significato particolare.
Essere sacerdote dei fragili significa scegliere una presenza che non cerca necessariamente i riflettori, ma le periferie dell’anima.
Quelle di un adolescente che non riesce a trovare il proprio posto.
Di un ragazzo cresciuto troppo velocemente.
Di un bambino che avrebbe bisogno semplicemente di essere ascoltato.
Di una famiglia che attraversa una crisi e teme di non riuscire più a ricostruire ciò che si è spezzato.
Qui il sacerdote può diventare qualcosa di più del celebrante di una liturgia: può diventare una presenza, un riferimento, talvolta persino il primo adulto disposto ad ascoltare senza condannare.
Il sacerdozio come servizio
L’immagine più forte del ministero sacerdotale resta quella evangelica del buon pastore.
Non colui che rimane ad aspettare chi conosce già la strada, ma colui che va alla ricerca di chi si è perduto.
Ed essere vicino agli ultimi significa, inevitabilmente, incontrare situazioni complicate.
Non esistono manuali capaci di risolvere ogni sofferenza.
Esistono però l’ascolto, la competenza, la delicatezza e soprattutto il tempo donato all’altro.
Per don Franco Romanetti, la formazione pedagogica può diventare allora uno strumento prezioso nel ministero: la capacità professionale dell’educatore messa al servizio della sensibilità pastorale del sacerdote.
Una combinazione che può rivelarsi particolarmente importante nel rapporto con le nuove generazioni.
Quei ragazzi che spesso chiedono aiuto senza dirlo
Ci sono giovani che urlano il proprio disagio.
Altri lo nascondono.
Ci sono ragazzi che sembrano ribelli mentre stanno soltanto cercando qualcuno che dica loro: io sono qui.
Altri sorridono mentre dentro combattono battaglie che nessuno conosce.
È forse questo uno dei grandi compiti di chi sceglie oggi una vocazione educativa e sacerdotale: riuscire a vedere ciò che gli altri non vedono.
Non sostituirsi alle famiglie, agli specialisti o alle istituzioni, ma diventare parte di quella rete umana capace di impedire che una persona fragile rimanga completamente sola.
La consacrazione in Calabria e l’inizio di un nuovo cammino
La consacrazione presbiterale ricevuta da Mons. Salvatore Costanzo segna quindi per don Franco Romanetti un nuovo passaggio della propria vita.
Ma ogni ordinazione, in fondo, non rappresenta un traguardo.
Rappresenta un inizio.
Da quel momento comincia la responsabilità quotidiana di trasformare il Vangelo in gesti concreti.
E forse la domanda più importante non sarà quante persone entreranno in una chiesa, ma quante persone, incontrando un sacerdote, potranno sentirsi nuovamente degne di essere ascoltate, rispettate e amate.
Un prete per gli ultimi
La società contemporanea parla continuamente dei giovani.
Molto meno frequentemente riesce ad ascoltarli davvero.
Si discute di disagio giovanile, dispersione, fragilità familiari, solitudine e difficoltà educative. Dietro queste definizioni, però, esistono volti e storie.
Don Franco Romanetti sceglie di collocare il proprio ministero proprio lì: nel punto in cui la fede incontra la fragilità umana.
Non per promettere soluzioni facili.
Ma per esserci.
Perché talvolta la prima forma di salvezza, soprattutto per un ragazzo, consiste nello scoprire che qualcuno non se ne andrà proprio nel momento in cui tutto sembra diventare più difficile.
E forse essere un sacerdote per gli ultimi significa esattamente questo:
inginocchiarsi non davanti al potere, ma davanti alla fragilità dell’uomo.
Riconoscere nel volto di un bambino, di un adolescente ferito o di una famiglia in difficoltà quella stessa umanità che il Vangelo mette continuamente al centro.
Da oggi il cammino sacerdotale di don Franco Romanetti porta con sé una missione tanto semplice da pronunciare quanto difficile da vivere:
stare accanto a chi ha più bisogno.
E quando ad avere bisogno sono i bambini e i giovani, quel servizio diventa anche una responsabilità verso il futuro.
Perché ogni ragazzo recuperato alla speranza è una vita alla quale viene restituita la possibilità di credere ancora negli altri.
E, forse, anche in Dio.
