I Grandi: toga, libertà e città

Generazioni dell’avvocatura storica piacentina

Nella storia civile di Piacenza vi sono famiglie per le quali la professione forense non fu soltanto mestiere, ma forma di presenza pubblica. I Grandi appartengono a questa tradizione: una linea di avvocati nella quale studio legale, coscienza liberale, amministrazione cittadina e senso delle istituzioni sembrano intrecciarsi lungo oltre un secolo.

Il nome più emblematico, nel Novecento, è quello di Gaetano Grandi, nato a Piacenza nel 1893 e scomparso nella stessa città il 24 settembre 1973: avvocato e uomo politico, proveniva da una famiglia di giuristi che la memoria cittadina collega già all’Ottocento risorgimentale. Il nonno Filippo fu deputato al Parlamento Subalpino e primo presidente del Consiglio provinciale di Piacenza nel 1860; un altro Gaetano Grandi, omonimo, viene ricordato come avvocato e amico di Giuseppe Verdi. 

La figura di Gaetano Grandi colpisce soprattutto per un tratto: la coerenza. In anni in cui l’iscrizione al Partito Nazionale Fascista era spesso condizione di agibilità professionale e sociale, egli fu indicato come uno dei pochi avvocati piacentini a rifiutare quella adesione, entrando più volte in urto con le rappresentanze locali del regime. Dopo il 25 luglio 1943 ricevette l’incarico di ricostituire il Partito Liberale a Piacenza; con l’avvento della Repubblica Sociale Italiana fu inserito tra i sorvegliati speciali, arrestato, costretto a chiudere lo studio e ad allontanarsi dalla città. 

Qui l’avvocatura si mostra nella sua dimensione più alta: non soltanto tecnica del diritto, ma presidio di libertà. Grandi fu tra i responsabili del Comitato di Liberazione Nazionale piacentino durante la Resistenza e, nel dopoguerra, ne divenne vicepresidente. Una ricostruzione della fase ciellenista piacentina ricorda che, all’inizio di luglio, nel CLN provinciale entrarono anche due esponenti liberali, Gaetano Grandi e Fiorino Berretta, e che alla presidenza fu nominato Ettore Crovini, con Grandi vicepresidente. 

Terminata la guerra, Grandi rimase nel solco del liberalismo piacentino. Sedette in Consiglio comunale, ricoprì incarichi di assessore in diverse giunte e continuò a rappresentare quella cultura politica fino alla morte. Fu anche, in due periodi diversi, presidente del Piacenza Calcio: nella stagione 1920-1921, contribuendo alla realizzazione del primitivo campo di Barriera Genova, e poi tra il 1951 e il 1954. È un dettaglio solo in apparenza laterale: nella provincia italiana del Novecento l’avvocato era spesso figura di raccordo, chiamata a occuparsi non solo di cause e atti, ma di municipi, istituzioni economiche, società sportive, associazioni e luoghi della vita collettiva.

Quella vocazione passò anche al figlio Filippo Grandi, nato a Piacenza il 23 dicembre 1922. Avvocato e politico, studiò al Collegio San Vincenzo, poi al liceo classico di via Taverna, laureandosi in giurisprudenza all’Università Cattolica di Milano il 18 marzo 1946. Avviato all’attività forense nello studio di famiglia, ottenne l’abilitazione di procuratore nel 1948 e dal 1950 si specializzò come civilista. 

Con Filippo Grandi la tradizione dello studio legale fondato nel 1818 dall’avo omonimo si proietta nella Piacenza repubblicana. Anche lui fu esponente del Partito Liberale, consigliere comunale ininterrottamente dal 1964 al 1980, vicepresidente del Piacenza Football Club dal 1975 al 1977, vicepresidente della Cassa di Risparmio locale dal 1981 al 1987 e nuovamente consigliere comunale dal 1990. Il 15 maggio 1993, dopo le dimissioni di Anna Braghieri, venne eletto sindaco di Piacenza, incarico che mantenne fino al 20 dicembre dello stesso anno; si ritirò poi dalla vita politica nel febbraio 1994. 

Padre e figlio, dunque, ma anche due stagioni della stessa idea di avvocatura. Gaetano incarna la toga come resistenza morale: il rifiuto dell’omologazione, il rischio personale, il ritorno alla legalità democratica dopo la dittatura. Filippo rappresenta invece la toga come continuità civile: il diritto praticato nello studio, il liberalismo vissuto nelle istituzioni, la competenza prestata alla città in anni di amministrazione ordinaria ma non per questo meno decisivi.

In entrambi, l’avvocato non appare come figura chiusa nella propria corporazione. È, piuttosto, un interprete della comunità: conosce le regole, frequenta le istituzioni, media tra interessi, custodisce una memoria. Per questo la vicenda dei Grandi parla ancora all’avvocatura piacentina contemporanea. Ricorda che la professione forense, nella sua tradizione migliore, non si esaurisce nel patrocinio: è educazione alla libertà, responsabilità pubblica, stile di servizio.

In una città come Piacenza, dove la storia civile spesso si legge attraverso famiglie, studi professionali, consigli comunali e luoghi associativi, i Grandi occupano un posto particolare. Non solo perché furono avvocati illustri. Ma perché seppero trasformare la toga in una forma di cittadinanza.

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