CHI DEVE CONTROLLARE L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE? L’EUROPA CERCA UN EQUILIBRIO TRA INNOVAZIONE E REGOLE

Governi, imprese, istituzioni e mondo accademico discutono sui limiti da imporre alle nuove tecnologie. Il confronto non è più soltanto tecnico: riguarda lavoro, minori, privacy, informazione e sovranità digitale.

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BRUXELLES – La domanda non è più se l’intelligenza artificiale cambierà la società. Quel processo è già iniziato.

La vera domanda è diventata un’altra: chi stabilirà le regole?

Negli ultimi giorni il dibattito europeo sull’AI ha mostrato perfettamente la complessità del problema. Da un lato esiste la necessità di non frenare una tecnologia dalla quale dipenderanno competitività, ricerca, sanità, industria e produttività. Dall’altro aumentano le richieste di garanzie su privacy, sicurezza, minori, disinformazione e trasformazione del mercato del lavoro.

Il premier spagnolo Pedro Sánchez ha sostenuto in un intervento a Madrid che l’industria dell’intelligenza artificiale non possa affidarsi esclusivamente all’autoregolamentazione. Ha indicato tra i temi da affrontare privacy, discriminazioni, lavoro, disinformazione e sostenibilità ambientale delle infrastrutture tecnologiche. Parallelamente, il governo spagnolo ha annunciato un programma destinato anche allo sviluppo di capacità nazionali ed europee nell’AI. 

Sul tema è intervenuto anche Papa Leone, che in un messaggio alla conferenza AI4Peace ha invitato a sviluppare sistemi capaci di favorire cooperazione e dignità umana anziché amplificare divisioni e conflitti. 

Sono due prospettive differenti, una istituzionale e politica e l’altra etica e sociale, ma entrambe mostrano quanto l’AI sia ormai uscita dai laboratori informatici.

Il problema riguarda direttamente la vita quotidiana.

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Un algoritmo può selezionare un candidato per un posto di lavoro, decidere quali contenuti mostrarci, generare immagini indistinguibili da fotografie, dialogare per ore con un adolescente, aiutare un medico nell’analisi di dati oppure produrre documenti professionali in pochi secondi.

La stessa tecnologia può quindi aumentare enormemente la produttività e contemporaneamente creare nuove categorie di rischio.

Un fronte particolarmente delicato è quello dei minori. Un ex responsabile Trust and Safety di Google, Tom Siegel, ha recentemente avvertito che i sistemi di AI potrebbero produrre rischi per bambini e adolescenti persino maggiori rispetto a quelli già emersi nell’era dei social network, sostenendo la necessità di valutazioni indipendenti e sistemi di protezione più robusti. 

Ma esiste anche il rischio opposto: regolamentare così rigidamente da consegnare definitivamente la leadership tecnologica ad altri continenti.

Una parte delle imprese europee del settore teme infatti che rallentare lo sviluppo dell’AI proprio mentre Stati Uniti e Asia dispongono di capitali, infrastrutture e aziende più grandi possa accentuare la dipendenza tecnologica europea. Reuters ha rilevato una divergenza tra alcune imprese europee e le richieste di rallentamento provenienti da protagonisti americani dell’AI. 

Ecco perché il vero obiettivo europeo non può probabilmente essere scegliere semplicemente fra “regolare” e “non regolare”.

La questione è costruire regole compatibili con l’innovazione.

Proteggere i cittadini, senza impedire alle aziende europee di nascere e crescere. Garantire trasparenza senza rendere impossibile sviluppare nuovi prodotti. Tutelare i minori senza rinunciare agli strumenti educativi dell’intelligenza artificiale.

La sfida, in definitiva, è molto più profonda della tecnologia.

L’Europa deve decidere se vuole essere soltanto il continente che scrive le regole dell’AI sviluppata altrove oppure se riuscirà contemporaneamente a costruire una propria industria capace di competere.

Perché la sovranità digitale non si difende soltanto con le leggi.

Servono anche computer, energia, ricerca, capitali, competenze e aziende.