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7 Nov 2026, Sab

Famiglia nel bosco contro famiglie “maranza”: due Italie, una domanda sulla nostra società

Tra il desiderio di crescere i figli lontano dal caos e il disagio giovanile delle metropoli, una riflessione sul ruolo dello Stato, della famiglia e dell’educazione. Ma la libertà educativa e la sicurezza dei minori non possono essere contrapposte.

Esiste un’Italia che sceglie di allontanarsi dal rumore delle città, dalle convenzioni sociali, dalla frenesia del consumo e dalla dipendenza dalla tecnologia. Ed esiste un’altra Italia, quella delle periferie urbane, dei gruppi giovanili che cercano riconoscimento attraverso l’apparenza, l’ostentazione e, talvolta, comportamenti aggressivi.

Due realtà profondamente differenti, che sembrano non avere nulla in comune. Eppure, osservandole attentamente, entrambe sollevano una delle questioni più importanti del nostro tempo: che cosa significa oggi educare un figlio e quali responsabilità deve assumersi una società nei confronti delle nuove generazioni?

La vicenda della cosiddetta famiglia nel bosco di Palmoli, in provincia di Chieti, ha attraversato il dibattito pubblico italiano trasformandosi in qualcosa di più grande di una controversia giudiziaria.

Catherine Birmingham e Nathan Trevallion avevano scelto per i propri figli uno stile di vita immerso nella natura, distante dai modelli abitativi e sociali convenzionali. Una scelta che ha suscitato ammirazione, perplessità e interrogativi, soprattutto dopo l’intervento delle autorità giudiziarie minorili.

Il 20 novembre 2025 i tre bambini sono stati allontanati dall’abitazione familiare. La vicenda ha conosciuto ulteriori sviluppi nel 2026, fino alla decisione del Tribunale per i minorenni dell’Aquila del 1° settembre di autorizzare un percorso graduale di ricongiungimento, sottoposto a monitoraggio. Il 22 settembre si è svolto un incontro nella nuova abitazione messa a disposizione dal Comune. RaiNews+1

Ma il problema non può essere ridotto a una contrapposizione tra genitori e magistratura.

La libertà di educare non è un privilegio, ma una responsabilità

Una famiglia può decidere di vivere lontano dalle metropoli? Certamente. Può scegliere un rapporto differente con la natura, con la tecnologia e con il consumo? Anche questo rientra, entro i limiti della legge, nelle libertà individuali.

Ma nessuna scelta educativa può sottrarsi alla verifica delle condizioni necessarie per garantire ai bambini salute, istruzione, sicurezza, relazioni e possibilità di crescita.

Lo Stato non dovrebbe stabilire quale sia il modello di vita culturalmente preferibile. Dovrebbe invece verificare se, all’interno di quel modello, siano effettivamente rispettati i diritti dei minori.

La questione è delicata perché richiede equilibrio. Un intervento pubblico eccessivamente invasivo può compromettere legami affettivi fondamentali; un intervento insufficiente può lasciare senza protezione bambini che necessitano di assistenza.

Non basta vivere nel verde per offrire un’infanzia felice, così come non basta frequentare una scuola cittadina per ricevere una buona educazione.

La qualità della crescita non si misura dalla distanza dal centro abitato, ma dall’insieme delle opportunità e delle protezioni concretamente garantite.

E nelle città, chi educa davvero?

Gli spazi pubblici cittadini rappresentano luoghi fondamentali di socializzazione, ma anche il terreno sul quale emergono fragilità educative e sociali.

All’altro estremo della riflessione troviamo il fenomeno dei cosiddetti maranza.

Il termine, entrato stabilmente nel linguaggio contemporaneo, descrive un’immagine giovanile associata a gruppi di strada, abbigliamento vistoso, atteggiamenti provocatori e ricerca di visibilità.

L’Accademia della Crusca e la Treccani ne hanno ricostruito l’evoluzione linguistica e sociale. Ma bisogna distinguere chiaramente un’estetica giovanile da comportamenti criminali: vestirsi in un determinato modo, vivere in periferia o appartenere a una comunità di origine straniera non significa essere delinquenti.

Il problema emerge quando la provocazione diventa intimidazione, quando il gruppo sostituisce la coscienza individuale e quando la ricerca di rispetto assume la forma della prepotenza.

A quel punto la domanda non riguarda più soltanto i giovani.

Riguarda gli adulti.

Dove sono le famiglie? Quale ruolo svolgono le scuole? Che cosa offrono i quartieri? Quali strumenti possiedono educatori, associazioni sportive e amministrazioni pubbliche per intercettare un disagio prima che diventi violenza?

E soprattutto: perché una società capace di investire miliardi nell’intrattenimento digitale incontra tante difficoltà nel costruire luoghi di aggregazione, formazione e responsabilità?

Il paradosso della nostra epoca

Il confronto tra queste realtà non deve trasformarsi in una gara per stabilire quali famiglie siano migliori.

Il paradosso, piuttosto, è un altro.

Da una parte discutiamo intensamente di una famiglia che ha scelto di separarsi da molti aspetti della modernità; dall’altra fatichiamo ad affrontare in modo strutturale la solitudine, l’abbandono educativo e il disagio che attraversano alcuni ambienti urbani.

Sono situazioni diverse e richiedono valutazioni diverse. Non esiste alcuna prova che l’una sia più sicura dell’altra per definizione.

Eppure entrambe ci ricordano qualcosa: crescere un bambino non significa soltanto nutrirlo, vestirlo e proteggerlo fisicamente.

Significa trasmettergli il senso del limite, la capacità di convivere, il rispetto degli altri, il valore della libertà e il significato della responsabilità.

Un ragazzo che cresce senza regole non diventa automaticamente libero. Può diventare prigioniero dei propri impulsi.

Un ragazzo che cresce senza possibilità di confronto con il mondo può, invece, vedere limitata la propria autonomia futura.

L’educazione autentica dovrebbe evitare entrambi gli estremi.

Una società si giudica da come tratta i suoi bambini

Nel dibattito pubblico si commette spesso un errore: trasformare i minori in simboli delle convinzioni degli adulti.

I bambini della famiglia nel bosco non devono diventare strumenti di una battaglia ideologica contro le istituzioni. E i ragazzi etichettati come maranza non possono essere considerati indistintamente il volto di una generazione perduta.

Ogni bambino è una persona, non un manifesto.

Ogni adolescente è una storia individuale, non una categoria sociologica.

La vera sfida è costruire una società nella quale la libertà educativa sia rispettata, la protezione dei minori sia effettiva e il disagio giovanile venga affrontato senza pregiudizi.

Forse dovremmo smettere di chiederci soltanto dove sia meglio crescere un figlio: nel bosco o in città.

Dovremmo cominciare a domandarci quale umanità siamo capaci di offrirgli, qualunque sia il luogo in cui vive.

Perché il problema non è scegliere tra gli alberi e i palazzi.

Il problema è non dimenticare che, dentro entrambi, crescono esseri umani ai quali appartiene il futuro.