
Il settore tessile del Bangladesh è attraversato da una nuova e intensa ondata di proteste. Migliaia di lavoratori sono scesi in strada per chiedere un aumento delle retribuzioni e un salario minimo mensile di 30.000 taka, mentre le tensioni hanno provocato blocchi stradali, scontri e la chiusura temporanea di numerosi stabilimenti.
La mobilitazione ha interessato soprattutto le aree industriali di Dhaka, Mirpur, Savar, Ashulia e Gazipur, dove si concentra una parte importante della produzione nazionale di abbigliamento.
Secondo il quotidiano The Daily Star, nella giornata del primo novembre almeno 529 fabbriche hanno dichiarato una giornata di sospensione delle attività. Il giorno precedente, l’associazione degli esportatori del settore, BGMEA, aveva già segnalato la chiusura di 318 stabilimenti e oltre 700.000 lavoratori rimasti senza attività lavorativa.
La protesta ha assunto anche carattere violento. Sono stati segnalati incendi, danneggiamenti e scontri con le forze dell’ordine. A Mirpur un veicolo della polizia è stato incendiato, mentre in alcune zone industriali sono stati segnalati roghi all’interno di strutture produttive e aree di servizio.
Il governo ha annunciato la formazione di un nuovo organismo incaricato di affrontare la questione salariale. La richiesta dei lavoratori si concentra sull’aumento del salario minimo, considerato necessario per fronteggiare il costo della vita e le difficoltà economiche delle famiglie.
Il comparto dell’abbigliamento rappresenta uno dei pilastri dell’economia del Bangladesh ed è fondamentale per le esportazioni del Paese. Le interruzioni della produzione potrebbero quindi avere conseguenze sulle consegne internazionali e sui rapporti commerciali con i principali mercati esteri.
Le trattative tra rappresentanti dei lavoratori, imprese e istituzioni saranno decisive per evitare che la protesta si trasformi in una crisi prolungata del settore.
