Il lusso mondiale continua a scegliere l’Italia: il valore nascosto del Made in Italy

Luca de Meo ribadisce il ruolo centrale dell’Italia nei piani produttivi di Kering. Dietro le grandi maison c’è una rete di artigiani, fornitori e competenze che rappresenta uno degli asset industriali più difficili da replicare.

MILANO – Che cosa rende davvero italiano un prodotto di lusso?

Il marchio? Il design? Il luogo nel quale viene venduto?

O forse le mani che lo costruiscono?

La domanda torna di attualità dopo le dichiarazioni del CEO di Kering Luca de Meo, che a Milano ha ribadito come l’Italia continui a rappresentare un nodo centrale nella strategia produttiva del gruppo francese proprietario, fra gli altri, di Gucci, Saint Laurent, Bottega Veneta e Balenciaga.

De Meo ha escluso l’ipotesi di uno spostamento generalizzato della produzione fuori dal Paese, pur confermando che Kering sta riorganizzando la propria catena di fornitura. Reuters

La questione è particolarmente interessante perché arriva dopo la scelta di Gucci di affidare a un produttore cinese alcune nuove sneaker per specifiche competenze tecniche, una decisione che ha riacceso il dibattito sul rapporto fra lusso e Made in Italy. Reuters

Ma ridurre tutto all’etichetta cucita su un prodotto rischia di far perdere di vista il punto principale.

L’Italia è ancora centrale nella moda internazionale perché possiede qualcosa che non si crea in pochi anni: un ecosistema produttivo.

In Toscana, Veneto, Lombardia, Marche, Emilia-Romagna e in numerose altre aree del Paese operano distretti specializzati nella pelletteria, nelle calzature, nella tessitura, nella lavorazione dei metalli e nelle finiture.

Molte imprese sono piccole o medie. I loro nomi raramente compaiono sulle vetrine delle grandi città, ma producono componenti, semilavorati e lavorazioni utilizzate dalle maison più conosciute al mondo.

È una filiera costruita attraverso generazioni.

Un artigiano specializzato non è facilmente sostituibile da una macchina né trasferibile semplicemente copiando un processo produttivo.

La capacità di riconoscere una pelle, correggere manualmente un’imperfezione, controllare una cucitura o ottenere una determinata finitura appartiene spesso a un patrimonio di conoscenza tacita: competenze che non sempre possono essere scritte in un manuale.

Ed è qui che il Made in Italy conserva il proprio vantaggio.

Il lusso moderno vive naturalmente una fase di trasformazione. Le grandi aziende devono contenere i costi, rendere più efficienti le catene produttive e raggiungere nuovi consumatori.

Ma contemporaneamente devono difendere ciò che rende desiderabili i propri prodotti.

È un equilibrio delicato.

Se un marchio perde l’associazione con qualità, rarità e competenza artigianale rischia di trasformare un prodotto di lusso in un semplice oggetto costoso.

Per questo le parole di de Meo sono significative.

La vera forza produttiva italiana non è soltanto il marchio Made in Italy.

È un insieme di persone, aziende, distretti, scuole professionali e tecniche che costituisce un capitale difficilmente replicabile.

Un capitale che, proprio mentre la tecnologia automatizza una quantità crescente di attività, potrebbe acquistare ancora più valore.

Perché in un mondo nel quale quasi tutto può essere prodotto velocemente, ciò che richiede tempo, competenza e mano umana diventa inevitabilmente più raro.

E la rarità, nel lusso, continua a essere valore.