Potrebbero sembrare normali occhiali.
Una montatura elegante, lenti tradizionali, dimensioni sempre più vicine a quelle di un accessorio comune. Ma al loro interno stanno progressivamente entrando fotocamere, microfoni, altoparlanti e soprattutto intelligenza artificiale.
Gli smart glasses rappresentano oggi uno dei più importanti tentativi dell’industria tecnologica di individuare ciò che potrebbe venire dopo lo smartphone.

Meta è tra le aziende che hanno investito maggiormente nel settore attraverso la collaborazione con EssilorLuxottica e Ray-Ban. Altri grandi gruppi e numerose startup stanno sviluppando dispositivi indossabili capaci di trasformare l’AI in una presenza costante nella vita quotidiana.
Il mercato potenziale è enorme.
Ma parallelamente cresce una domanda fondamentale: che cosa succede alla nostra privacy quando una fotocamera può trovarsi davanti a noi senza che quasi ce ne accorgiamo?
Le preoccupazioni stanno diventando concrete. In Francia sono state avviate indagini relative a presunti utilizzi impropri degli smart glasses, mentre l’Australia ha valutato restrizioni all’impiego di dispositivi dotati di fotocamera negli edifici governativi. Reuters
Il computer scompare dentro ciò che indossiamo
Per comprendere la portata della trasformazione bisogna tornare all’iPhone del 2007.
Lo smartphone ha concentrato in un unico oggetto telefono, fotocamera, navigatore, lettore musicale, computer e sistema di pagamento.
Gli occhiali AI promettono un ulteriore passaggio.
Il dispositivo non deve essere estratto dalla tasca. Può osservare ciò che osserviamo noi.
Immaginiamo di trovarci davanti a un monumento e chiedere semplicemente: “Che edificio è questo?”.
Oppure di leggere un cartello in giapponese ottenendone immediatamente la traduzione.
O ancora di partecipare a una conversazione in una lingua straniera ricevendo assistenza in tempo reale.
Il potenziale è enorme perché l’intelligenza artificiale acquista finalmente contesto visivo.
Ma chi è davanti agli occhiali?

Qui nasce il problema.
Lo smartphone viene normalmente sollevato quando qualcuno vuole scattare una fotografia. Il gesto è riconoscibile.
Un paio di occhiali, invece, può guardare una persona per tutta la durata di una conversazione.
Per questo i produttori utilizzano indicatori luminosi e altri sistemi destinati a segnalare l’attivazione della fotocamera.
Meta ha inoltre rafforzato alcune protezioni contro la manomissione dell’indicatore di registrazione.
Ma il problema non è soltanto registrare.
È capire dove finiscono i dati.
Un’immagine elaborata da un assistente AI potrebbe essere inviata a server remoti per essere interpretata. Una conversazione potrebbe essere analizzata per produrre una risposta. Da qui nascono interrogativi su conservazione, utilizzo, anonimizzazione e accesso umano ai contenuti.
Reuters ha evidenziato come proprio la questione privacy stia diventando uno dei principali ostacoli alla diffusione dei nuovi dispositivi indossabili.
La risposta dell’industria
Interessante è osservare come il mercato stia già reagendo.
Meta ha lavorato anche su una nuova generazione di occhiali senza fotocamera, mentre alcune startup stanno sviluppando registratori e dispositivi nei quali l’attivazione viene resa più evidente all’utente.
Questo dimostra un punto fondamentale.
La privacy potrebbe diventare una caratteristica commerciale del prodotto, esattamente come autonomia della batteria, design o qualità della fotocamera.
Nel mercato tecnologico del prossimo futuro le aziende potrebbero competere non soltanto per offrire l’intelligenza artificiale più potente, ma per dimostrare di essere quelle delle quali possiamo fidarci maggiormente.
Ed è forse questa la vera rivoluzione degli smart glasses.
La tecnologia sta progressivamente scomparendo dentro oggetti quotidiani.
Il computer non sarà più necessariamente qualcosa che teniamo in mano.
Potrebbe essere qualcosa che indossiamo.
E quando la tecnologia diventa praticamente invisibile, anche le regole che ne disciplinano l’utilizzo devono diventare molto più solide.
